Visit Citebite Deep link provided by Citebite
Close this shade
Source:  http://allmagazine.it/uno-sguardo-al-passato-lattualita-di-maynard-keynes-e-i-possibili-perche-della-durezza-tedesca/

Uno sguardo al passato. L’attualità di Maynard Keynes e i (possibili) perché della “durezza” tedesca.

Keynes 395

Estratti da “Versailles, 1919 – si vis bellum para pacem” di Michele Mingaia, 2012.

Da “Introduzione”
I recenti avvenimenti che l’Europa ha vissuto, fra cui  la disapprovazione da parte del Cancelliere tedesco Angela Merkel di istituire degli “Eurobond”, o “buoni del tesoro europei” , sono stati talvolta collegati a fatti storici, in particolare al trauma subìto dalla Germania dopo l’approvazione del Trattato di Versailles, che stabiliva le condizioni di Pace tra vincitori e vinti al termine della Prima Guerra Mondiale e che contribuì a flagellare l’economia tedesca di quegli anni.  Più volte mi è capitato di ascoltare la voce di brillanti personalità riunite in studi televisivi; spesso ho letto articoli di giornale che facevano emergere il collegamento suddetto; e altrettante volte sono rimasto incuriosito da un’affermazione sulla quale tutti paiono essere d’accordo: “Keynes l’aveva detto!”.

[...]

Da “Capitolo Secondo: Jhon Maynard Keynes – The economic consequences of the peace”
«Contro la stupidità anche gli dei sono impotenti. Ci vorrebbe il Signore. Ma dovrebbe scendere lui di persona, non mandare il Figlio; non è il momento dei bambini.»

J. M. Keynes, Le conseguenze economiche della pace, traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, 2007

Uno dei rappresentanti economici del tesoro britannico alla Conferenza di Pace era John M. Keynes, un giovane brillante che aveva imparato l’economia “giocando sulle ginocchia di Marshall”[1], di cui fu allievo al King’s College presso l’Università di Cambridge.
Keynes si dimise con clamore dall’incarico ministeriale il 7 giugno 1919, inviando una lettera al Primo Ministro inglese David Lloyd George che conteneva queste parole:
« Anche in queste ultime angosciose settimane, ho continuato a sperare che trovaste un modo qualunque di fare del Trattato un documento giusto e realistico. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta.»

Egli era in effetti fermamente contrario alle disposizioni del Trattato; accusò i suoi fautori di aver considerato la pace come un mero problema di “frontiere e sovranità”, e di aver sottovalutato le disastrose ripercussioni che essa avrebbe avuto sul futuro della stabilità dell’Europa intera[2].
Keynes abbandonò dunque Parigi per prendere la penna in mano e scrivere un saggio certamente breve, ma destinato a diventare uno dei più influenti scritti da un economista nel XX secolo. The economic consequences of the peace [da qui in poi Consequences] ebbe un clamoroso successo editoriale: nel giro di pochi mesi oltre centomila copie vendute e ben undici traduzioni. Il successo fu eclatante sia fra le grandi masse popolari, sia nelle aule parlamentari, e contribuì almeno in parte alla mancata ratifica del Trattato di Versailles da parte del Senato americano e alla conseguente decisione degli Stati Uniti di non aderire (ironia della sorte) a quella Società delle Nazioni per la creazione della quale Woodrow Wilson si era strenuamente battuto. Grazie a quest’opera, un Keynes di soli 36 anni aveva acquisito una fama duratura , una solida sicurezza finanziaria e un’ampia ammirazione da parte dei più elevati circoli intellettuali[3].
Gran parte del successo di Consequences è certamente dovuto, oltre che alla analisi approfondita (sorretta per altro da dati di prima mano) che esso propone e alla precisa e accurata ricostruzione degli elementi giuridici e geopolitici, ai ritratti che Keynes offre dei principali protagonisti della Conferenza: egli ebbe infatti il privilegio di assistere alle negoziazioni dei tre grandi, e seppe svelare con grande efficacia stilistica i loro timori, le fragilità, le ipocrisie e le meschinità. Da questa descrizione dei tratti fisionomici e psicologici emerge tutta la rabbia dell’autore nei confronti del “G3” per le condizioni imposte alla Germania nel Trattato. Nella prima stesura di Consequences questa rabbia emergeva con ancora maggior furore, e a Keynes fu espressamente consigliato da diplomatici di rilievo internazionale di mitigarla, addolcendo l’asprezza utilizzata nel descrivere soprattutto il presidente americano Wilson, verso il quale erano puntate in modo particolare l’attenzione degli osservatori e le speranze dei popoli. Nella edizione definitiva resta comunque intatto il messaggio di accusa che sta alla base dell’opera: l’azione dei leader politici riuniti a Versailles era decisamente inadeguata a contrastare l’orribile minaccia che incombeva sulla civiltà occidentale.
Dalla lettura del saggio emergono tre punti fondamentali, che non furono in nessun modo considerati alla Conferenza e che anzi vennero calpestati in nome di una attribuzione alla Germania e alle sue genti di una colpevolezza cui fu dato un valore quasi “sacro” e intoccabile:

1. Era necessario fondare un nuovo ordine politico internazionale non attraverso la distruzione di una delle economie che reggevano l’equilibrio e la stabilità europee (quale era quella tedesca), bensì con un razionale processo di ricostruzione economica, che avrebbe tenuto lontani disordine e instabilità delle relazioni fra gli stati;
2. L’ “età dell’oro” del sistema economico del periodo anteguerra, caratterizzata da stabilità dei cambi e da un sostanziale equilibrio fra Europa e Stati Uniti, difficilmente sarebbe potuta essere restaurata. Anzi, l’Europa avrebbe avuto necessariamente bisogno di aiuti da parte degli Stati Uniti, i quali avrebbero dovuto così in qualche modo garantire la ripresa economica del Vecchio Continente
3. Questo sistema economico anteguerra non doveva in nessun modo essere posto a modello per la creazione di qualsiasi nuovo ordine. Il progresso doveva costruirsi invece attraverso nuovi legami di fiducia a livello internazionale, la ripresa della libertà di iniziativa, l’istruzione delle masse.

Oltre a preferire la vendetta alla magnanimità, il trattato, alla resa dei conti, non avrebbe portato effettivi vantaggi economici ai paesi vincitori. Esso aveva piuttosto l’obiettivo di annientare la Germania impoverendola e deindustrializzandola, negandole qualsiasi prospettiva di crescita. Clemenceau, Lloyd George e Wilson non si rendevano però conto, vuole dirci Keynes, che questo non solo avrebbe necessariamente generato nel popolo tedesco un sentimento di umiliazione e disfatta capace di fomentare successivi nuovi conflitti, ma sarebbe anche stato un deleterio danno per l’economia di tutta l’Europa: gli Alleati (e i Francesi in particolare), infatti, affidavano la propria ricostruzione industriale ed economica unicamente alle riparazioni che avrebbero dovuto ricevere dalla Germania, e che la Germania non sarebbe mai stata in grado di pagare.

L’ammontare delle riparazioni era costituito da richieste assurde del tutto slegate dalle effettive capacità economiche della Germania e dalle sue possibilità di ripartire con ritmi di produzione adeguati. Tuttavia, l’analisi di Keynes si concentra soprattutto sulla modalità con cui queste riparazioni sarebbero dovute essere state pagate, ovvero sul meccanismo tecnico del loro trasferimento da un paese a un altro. La Germania, spogliata di materie prime, di approvvigionamenti di prodotti strategici, delle proprietà dei propri cittadini in altri territori, nonché del proprio oro e di tutti i tipi di attività verso l’estero, aveva solo un modo per poter pagare le obbligazioni internazionali che le vennero imposte con la Pace: ottenere un saldo annuale positivo della bilancia commerciale. Questo significava che la Germania avrebbe dovuto poter riprendere rapidamente e in modo adeguato le sue attività produttive e le sue esportazioni verso l’estero, per garantirsi entrate valutarie con cui pagare i debiti verso gli Alleati. Sarebbe stata in grado la Germania, nello stato in cui si sarebbe ritrovata all’indomani del trattato, di far ripartire la macchina produttiva e avere un saldo positivo della bilancia commerciale? E soprattutto: avrebbe potuto farlo senza far gravare sulle nazioni sue creditrici delle conseguenze a dir poco nefaste? Da aggiungere che, nonostante a cavallo fra il secolo XIX e XX ci fossero state delle punte di eccellenza nel suo sistema produttivo, l’economia tedesca era caratterizzata ormai da decenni da un disavanzo delle propria bilancia commerciale, condizione che le permetteva di aumentare la propria influenza economica e politica verso i paesi appartenenti alla sua “periferia”. Questo fattore però, una volta attuata la Pace prevista a Versailles, sarebbe stato un ulteriore ostacolo, poiché si trattava di trasformare un disavanzo strutturale in un consistente avanzo, il tutto in assenza di adeguate risorse fisiche, umane e finanziarie.

Non aveva senso dunque pretendere che la Germania pagasse un conto così salato; tale pretesa, afferma Keynes, avrebbe avuto delle conseguenze disastrose su tutta l’Europa:

«Se miriamo deliberatamente a impoverire l’Europa centrale, la vendetta, oso predire, non si farà attendere. Niente potrà allora ritardare a lungo quella guerra civile finale fra le forze della reazione e le convulsioni disperate della rivoluzione, rispetto alla quale gli orrori della passata guerra tedesca svaniranno nel nulla, e che distruggerà, chiunque sia il vincitore, la civiltà e il progresso della nostra generazione.»[4]

Ne consegue, scrive Keynes in Consequences,la necessità di rivedere drasticamente le posizioni di debito e di credito sorte dalla guerra, favorendo un ritorno allo scambio e all’integrazione vantaggioso per tutti.

Fonti:
- AUGUSTO TORRE, Trattato del 1919 e Conferenza della pace di Parigi, in Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, XXXV, Roma, 1949, p. 199

- A cura di Daniela L. Caglioti (2009),“Le conseguenze economiche della pace di John M. Keynes. Un dibattito con interventi di Charles S. Maier, Pier Francesco Asso, William R. Keylor, Patrick O. Cohrs, Sally Marks, Eric Bussière”, Contemporanea: Rivista di storia dell’800 e del ‘900, n. 1 (gennaio 2009), p. 157-201.

- Keynes, J. M. (1919), Le conseguenze economiche della pace, Milano, Adelphi 2007

-http://it.wikipedia.org/wiki/Bloomsbury_Group



[1] Cit. Piero Roggi, lezione di Storia del Pensiero Economico del 6/12/2011; il riferimento è ad Alfred Marshall.

[2] In effetti, a parer mio, nella lineare esposizione della sua tesi, Keynes si dimostra “profetico” anche nella teorizzazione della interdipendenza economica delle diverse componenti dell’Europa. Troviamo a p. 231: “Anche prescindendo dalla solidarietà morale fra i popoli europei, strettamente imparentati, c’è una solidarietà economica che non possiamo trascurare”. Ad oggi, questa solidarietà (o meglio, solidità) economica non è stata compiutamente realizzata. L’Unione Monetaria Europea non ha, infatti, alle sue spalle una Banca Centrale che la garantisca come prestatore di ultima istanza. L’attualità del pensiero economico di Keynes è spaventosamente affascinante.

[3] Fra questi anche il Bloomsbury Group, esistito in Inghilterra dal 1905 circa alla Seconda Guerra Mondiale, i cui aderenti non avevano mancato in precedenza di criticare duramente proprio Keynes per il suo ingresso al Tesoro.

[4] P. 212

 

Informazioni sull'Autore

Michele MingaiaLaureato in Economia Aziendale presso l’Università degli Studi di Firenze, attualmente in corso nel Master in Management della ESCP Eurpe Busines School, 2* Master in Management al mondo nella classifica Financial Times. Sono fermamente convinto che tecnologia e innovazione siano la base su cui costruire il futuro: è per questo che, dopo intendo specializzarmi in Technology and Innovation Management. L’indirizzo classico degli studi liceali mi ha mutuato una grande passione per la cultura, le lettere e l’arte antica in generale: è sempre un mio obiettivo riuscire a conciliare arte e innovazione tecnologica.Vedi tutti gli articoli di Michele Mingaia →

Rispondi