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Source:  http://goofynomics.blogspot.it/search?q=mutui

Istruzioni per l'uso

Per facilitare ai nuovi lettori la consultazione del blog e la loro integrazione nella comunità dei Goofynomisti ho scritto questo post. Prego gli ultimi arrivati (ma anche i penultimi) di dargli un'occhiata. Buona lettura.
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sabato 29 settembre 2012

'A rata der mutuo

(la vita è fatta di priorità, quindi comincio io, poi segue una new entry - indisciplinata - e poi concludo io)



Permettetemi una considerazione personale.

Sono stanco di discutere i vantaggi o gli svantaggi economici della moneta unica. Ho mostrato come altri, da decenni, l’abbiano fatto con maggiore autorevolezza dime, giungendo a conclusioni univoche. Il punto però non è questo. Io vorrei chiedervi: i nostri padri, i nostri nonni, che a un certo punto hanno deciso di andare sulle montagne per fare la resistenza, e anche quelli che invece sono rimasti a casa, secondo voi, prima di partire, o di restare, si sono chiesti se l’anno dopo la benzina sarebbe costata due euro al litro? Si sono chiesti se l’inflazione sarebbe aumentata di uno, due, o dieci punti? Si sono chiesti cosa sarebbe successo alla rata del mutuo?

Non credo. Avranno avuto altre motivazioni, e sono certo che non tutte saranno state nobili, perché l’uomo è fatto così. Ma il conto della serva non penso che lo abbiano fatto in molti: né quelli che sono partiti, né quelli che sono restati.

Preciso il concetto, qualora non fosse chiaro.

Se anche fuori dall’euro ci fosse un baratro economico (ma le cose, come sappiamo, stanno in modo opposto), se anche l’uscita ci consegnasse, come pretendono certi strampalati  disinformatori, alle sette piaghe d’Egitto, sarebbe comunque dovere morale e civile di ogni italiano opporsi al simbolo di un regime che ha fatto della crisi economica un metodo di governo, che ha eletto a propria bandiera la deliberata ed esplicita e rivendicata soppressione del dibattito democratico.

Opporsi all’euro è l’unico segnale che oggi rimanga a un cittadino europeo per dichiarare il proprio dissenso dal metodo paternalistico con il quale l’élite mette il popolo di fronte al fatto compiuto, affinché il popolo vada dove l’élite vuole condurlo. Così come l’autore del “divorzio” ammette di essere stato perfettamente consapevole del fatto che questo avrebbe condotto a un’esplosione del debito, gli autori dell’euro ammettono di essere stati perfettamente consapevoli che iniziare l’integrazione europea dalla monetaavrebbe condotto a una crisi. Sfido io! C’erano trent’anni di letteratura accademica a dimostrarlo. Ma, teorizzano questi politici, la crisi era necessaria: bisognava che il debito pubblico esplodesse perché lo Stato imparasse a spendere di meno; bisognava che l’Europa arrivasse all’orlo del conflitto perché gli Stati si decidessero a muovere verso la non meglio specificata “unione politica”.

Solo che in questi argomenti c’è sempre qualcosa che non torna. Dopo il divorzio lo Stato non ha speso di meno, ma di più, e per di più orientando la propria spesa verso i più ricchi. L’unione politica proposta si configura sempre di più come progetto imperialistico: si parla apertamente di creare Zone economiche speciali in Grecia, di mettere sotto tutela tutti i governi periferici...

Se accettiamo questo metodo, non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto. E l’unico modo per opporci è rifiutare l’euro, il segno più tangibile di questa politica e dei suoi fallimenti.


Dixi. E adesso vediamo cosa ci chiede l'amico che non ha letto bene le Istruzioni per l'uso, altrimenti saprebbe che non si fanno interventi a puntate. Ma la puntata interessante ve la sottopongo:



Prima domanda
Quando si parlava della svalutazione del 92' di circa il 20% si diceva che l'inflazione si abbassò l'anno dopo dal 5 al 4%.
Se io avevo un debito in lire ( mutuo fido o altro) a seguito della svalutazione io continuavo a pagare lo stesso e chi ci rimetteva era la banca che aveva investito non lire ma una qualunque altra valuta per finanziare il prestito iniziale..
Se noi uscissimo adesso dall'euro, la situazione non sarebbe differente?
Cioè, c'è un modo legale e certo per essere sicuri che se io ho adesso un debito da ripagare in euro questo non resti in euro e svalutando ci ritroveremmo tutti a dover pagare tanto in più di quanto si svaluta la nostra nuova lira??
Mi rendo conto che la situazione è difficile da prevedere perchè l'esperimento euro è comunque qualcosa di più di un semplice aggancio a una valuta più forte.. e nessuno di coloro a cui ho posto questa domanda mi hanno saputo rispondere e ovviamente io credo che se i debiti dovessero effettivamente restare in euro la correlazione tra svalutazione e inflazione potrebbe forse essere più forte??


Amico caro,

certo, sì, lo so: l'euro è un complotto di Ernst Stavro Blofeld (o era Rockerduck?) per sterminare i popoli europei. E quindi, naturalmente, se lo scopo è sterminarci, che noi si stia dentro o fuori saremo comunque morti, quindi stiamo dentro.

Giusto?

No, direi di no.

Io so benissimo che chiunque incontri in giro ti terrorizza dicendoti che dovrai pagare il mutuo in euro con le tue nuove lire svalutate. Questa è una colossale scemenza. Tutte le proposte operative di uscita dall'euro, da quelle di "sinistra", a quelle di "destra", a quelle per addetti ai lavori, chiariscono molto bene il punto.

Ai rapporti di debito/credito regolati dal diritto nazionale, lo Stato che uscirà applicherà il principio della Lex Monetae, in base al quale uno Stato sovrano sceglie liberamente quale valuta usare. Ne consegue che i contratti regolati dal diritto nazionale possono essere semplicemente riconvertiti nella nuova unità di conto, senza che alcuna delle parti contraenti possa eccepire questa conversione come motivo di recesso dalle obbligazioni contrattuali (né avrebbe particolare interesse a farlo, con buona pace degli strampalati blogger che temono il complotto delle banche cattive). E questo vale per i depositi bancari, e per i mutui, ecc.


Le conseguenze pratiche di questo principio sono disciplinate dagli art. 1277 e seguenti del Codice Civile (Torny santo subito dopo il concerto di Ligabue):

Art. 1277 Debito di somma di danaro
I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale.
Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima.

Art. 1278 Debito di somma di monete non aventi corso legale
Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento.

Art. 1281 Leggi speciali
Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i princìpi derivanti da leggi speciali.
Sono salve le disposizioni particolari concernenti pagamenti da farsi fuori del territorio dello Stato.

L’art. 1277 si applicherebbe laddove l’Eurozona esplodesse. In quel caso l’euro non ci sarebbe più, non avrebbe più corso legale da nessuna parte al tempo del pagamento, e i pagamenti andrebbero fatti in moneta legale (nuova lira) ragguagliata per valore all’euro, e il rapporto di cambio sarebbe quello del changeover, cioè uno a uno (mi riferisco al changeover "in uscita", non a quello "in entrata". Solo qualche sprovveduto può pensare che si torni al 1936,27, ma lasciamo stare: non è un blog di psichiatria).

L’art. 1278 si applicherebbe laddove l’Eurozona non esplodesse, per cui l’euro continuerebbe ad avere corso legale, ma non nello Stato italiano. In questo caso il debitore potrebbe pagare in euro, ma ha facoltà di pagare in moneta legale (nuova lira) al cambio corrente alla scadenza. “Ecco!” Interviene il luogocomunista terrorista “Vedi! Il povero consumatore sarà schiacciato dalle rate del mutuo, perché dovrà pagarle in euro, o. ciò che è lo stesso, in nuove lire svalutate”. Calma. Leggiamo tutto. Questa disposizioni si applicano a meno che non intervengano leggi speciali, previste dall’art. 1281, e lo Stato ovviamente dovrà, nel decreto di uscita, prevedere una deroga all’art. 1278 stabilendo che i rapporti di debito e di credito in euro disciplinati dal Codice Civile saranno regolati in nuove lire al cambio previsto alla data del changeover (cioè uno a uno), e non a quella della scadenza del pagamento (che incorporerebbe la svalutazione).

Perché dico ovviamente? Perché se non lo facesse condannerebbe all’insolvenza una quantità abnorme di famiglie e di imprese. Nessun governo prenderebbe una decisione simile, se non altro perché significherebbe mettere una pietra tombale su qualsiasi aspirazione politica dei suoi componenti. Del resto, non è questo quello che si aspettano i mercati e non è questo quello che gli studiosi esteri (Sapir, Bootle, ecc.) prefigurano. Dobbiamo pensare che esiste una minima razionalità: una volta presa la decisione, il buon senso dovrà necessariamente prevalere.

Scusa, amico Brillo, ma secondo te, se la banca pretendesse di farsi pagare in euro (avendo però convertito i tuoi depositi in nuove lire), che cosa potrebbe pensare di ottenere se non un pugno di mosche? Secondo te, è meglio farsi pagare nella nuova valuta, o mandare in bancarotta il 70% dei propri clienti?

Io veramente certe volte mi chiedo con che testa la gente ragioni (e non parlo di te, ma di quelli coi quali tu hai parlato). Non so. L'ultrarazionalità da modello neoclassico mi fa sorridere, ma anche l'ipotesi che tutti i cittadini di un paese civile comincino a comportarsi dall'oggi al domani come i Lemmings non mi pare molto meno ridicola.

Quindi se hai un mutuo, stai sereno. Se poi sei fascista, e in mancanza del manganello pensi che gli italiani debbano essere governati dallo spread, stai nell'euro. Se ci riesci...





(Preciso che a quanto ne so sono disciplinati dal diritto nazionale anche i rapporti intrattenuti con filiali sul territorio nazionale di banche estere. Non faccio nomi. Voi, per star tranquilli, controllate, poi, quando 48 sarà ministro delle finanze, dateci la lista delle vostre banche che ve le nazionalizziamo tutte. Ovviamente prima dovrete corromperci, ma non sarà difficile, perché a nostra volta noi avremo stampato tanta moneta).


martedì 5 giugno 2012

I debiti delle banche?

Basta. È tutto il giorno che mi spacco gli occhi sui dati del Fondo Monetario Internazionale. Ora ci riposiamo.


La televisione non la guardo, ma la radio la ascolto. Ieri, andando in palestra, ascoltavo il GR3 delle 8:45. Intervista al prof. Vaciago:

"lo spread... è una pagella sul debito a breve di governi e/o banche, e lo vediamo anche in Spagna" (al minuto 2:05).

Pochi mesi fa ero in Portogallo per un piccolo workshop, e chiacchieravo a cena con un funzionario della Bundesbank. Figuratevi: lui era l'unico alamanno in mezzo a due portoghesi, un greco e tre spagnoli! Io che son per mia natura cavalleresco lo difendevo. Ci siamo poi salutati, e nel congedarci l'amico dell'euro ha fatto questa intelligente osservazione: "Si può dire qualsiasi cosa di questo periodo, ma non che non sia interessante!". Io ho pensato:"Per me sì, ma vallo a dire ad Atene!"... Ma poi ho detto parole di circostanza.

Però il periodo interessante lo è, in effetti, sì, ma anche molto triste.

Perché, vedete, anche per uno che tra l'altro ha sempre avuto verso l'economia un atteggiamento piuttosto distaccato, c'è una cosa di questo periodo che resta difficile da digerire, e comunque amara da masticare: il constatare che le persone che ti hanno insegnato la materia e la professione, delle cui opere ti sei nutrito (e fra queste c'è anche il prof. Monti), delle quali hai apprezzato la statura accademica e intellettuale, e che magari, se tu mai avessi potuto considerare l'economia una scienza, avrebbero anche potuto essere un tuo punto di riferimento, bene, queste persone, improvvisamente, per non si sa bene quale motivo, cominciano a insegnare e a propalare un'economia che non è più quella che insegnavano a te e che scrivevano nei loro libri, no, è un'economia altra, ad uso delle circostanze.

E questa cosa mi amareggia veramente tanto.

Attenzione: non mi riferisco ai tanti marZiani o keynesiani convertiti a quello che Bellofiore icasticamente chiama il "social-liberismo". Lì almeno il problema, lo si capisce, è ideologico. Diciamo che attiene più alla sfera dei sentimenti che della razionalità. E poi, c'è un equilibrio nell'individuo come forse c'è nel cosmo (se si chiama così un motivo ci sarà): se da giovane sei stato incendiario, da vecchio diventi pompiere. E viceversa. Quindi passons. Certo, magari uno se ne discosta, come ho dolorosamente fatto io. Ma può capire.

Ma...

Che addirittura la contabilità venga sovvertita!

Ecco, questo mi sembra un po' meno comprensibile. In fondo, la contabilità quella è: i sentimenti non c'entrano. O forse sì. Vediamo un po'.

So che voi siete onesti. Se qualcuno mi dice di aver ravvisato una lieve imprecisione nella frase sopra citata, io gli crederò. Ma a molti non sarà sembrato. Eppure, riflettiamoci insieme...

Cosa significa essere in debito? Significa dover restituire qualcosa a qualcuno. Aspettate, prendo il dizionario (non sia mai mi sbagli): "Obbligo del debitore di adempiere una determinata prestazione a vantaggio del creditore". Ecco: sì: ma la prestazione, normalmente, è la restituzione di una somma di denaro. Ci siamo?

Bene.

Ora pensateci... ma prima liberate la vostra mente dall'economia ornitologica, quella dei Donald e dei Gallino, quella nella quale la moneta si "crea con un clic del mouse" (come vorrei piantare un paletto di agrifoglio nello sterno di chi usa questa espressione; ma purtroppo la legge lo vieta, e finché lo vieterà sarà difficile parlare seriamente di economia in questo paese: ecco le riforme delle quali abbiamo veramente bisogno)... Torniamo ai bei vecchi tempi, che sono poi quelli nei quali è nata la contabilità e dai quali, come vedrete sempre meglio in seguito, non è che sia poi cambiato molto.

Se vi siete dedonaldizzati a sufficienza, domanda a bruciapelo: con chi sono in debito le banche? Ho fatto questa domanda al compagno Basilisco, ma lui, si sa, è un nostalgico del piano quinquennale, e così ci ha messo un po' a trovare la strada.

Be', vediamo... Le banche, come chiunque, sono in debito con quelli ai quali devono restituire dei soldi, giusto? Bene. E normalmente una banca a chi deve restituire i soldi? Be', dunque... Diciamo che se uno i soldi non te li dà, tu non devi restituirglieli, giusto? Eh già... Quindi... Quindi... Le banche devono restituire i soldi a chi glieli ha dati! Bravo! Risposta esatta... E chi dà i soldi alle banche?

Rullo di tamburi...

I depositanti!

Risposta esatta!

In uno schema semplificato (ma non troppo), il principale debito delle banche è costituito dai depositi dei clienti. Il cliente ti dà il soldino, e tu banca lo tieni, o lo presti, o insomma ci fai quello che ti pare, ma quando il cliente te lo richiede, tu glielo devi ridare. Il deposito del tuo cliente, cara banca, è un tuo debito. A scanso di equivoci, potete utilmente consultare questo documento della Vigilanza di Bankitalia. Nel capitolo 2 ("Il bilancio"), paragrafo 2 ("Lo stato patrimoniale"), sottoparagrafo 2 ("Il passivo"), punto 20 ("Debiti verso clientela"):

"Nella presente voce figurano i debiti verso clientela, qualunque sia la loro forma tecnica (depositi, conti correnti...)"
Verbum domini.

E se vi guardate un qualsiasi bilancio bancario (il primo che mi è venuto in mente), potete utilmente vedere (a pag. 28, nello schema riclassificato) che anche in un mondo più complesso, nel quale esiste il mercato interbancario, il collocamento di titoli, ecc., i debiti verso la clientela (cioè i depositi) sono la voce più importante del passivo (in inglese, liabilities).

Ma allora cosa significa "una pagella sui debiti delle banche"? Ahimè, non significa proprio un bel niente. Perché il problema delle banche, oggi, di quelle spagnole come di quelle italiane come di quelle belghe come di quelle tedesche come... il problema è un altro: non i debiti, ma i crediti. Non i soldi che devono restituire, quindi, ma quelli che devono farsi restituire. Cioè il loro attivo (in inglese, claims). La "pagella", quindi, eventualmente, è sulla qualità dei crediti delle banche.

Intendiamoci. I debiti delle banche, cioè i loro depositi, possono diventare un problema. Quando? Semplice: quando c'è un bank run, cioè una corsa agli sportelli, magari perché si scatena un'ondata di panico: oggi potrebbe succedere nell'ipotesi di un'uscita disordinata dall'euro, e appena ieri è successo quando è saltata per aria la bufala dei subprime (guardatevi la foto). A quel punto, ma solo a quel punto, il debito diventa un problema perché la banca si trova nell'impossibilità di adempiere le proprie obbligazioni rispetto a tutti i depositanti contemporaneamente.

Ma ora non sta succedendo questo, non sta ancora succedendo questo.

Quello che sta succedendo adesso è una cosa molto diversa, e sappiamo tutti qual è: sta succedendo che le famiglie e le imprese che hanno preso soldi in prestito, colte di sopresa dalla crisi e stritolate dalle politiche di austerità, si ritrovano in difficoltà a restituire i soldi alle banche. E quindi le banche hanno un problema non con i depositi accettati (debiti, passività, liabilities), ma con i prestiti erogati (crediti, attività, claims):

"Crediti verso clientela
Nella presente voce figurano le attività finanziarie non quotate su un mercato attivo verso clientela (mutui, operazioni di locazione finanziaria...)"
(sempre dal Verbum Domini).

Ecco.

Ripeto (du musst es dreimal sagen): oggi le banche hanno un problema con i crediti, cioè con i prestiti, i mutui, che non riescono a farsi restituire, non con i depositi, che nessuno per ora gli sta richiedendo indietro (anche se sono un po' in flessione: e ti credo! Nessuno ha più un euro da depositare!). Il problema oggi sono le cosiddette sofferenze: e non è mica una novità: ci abbiamo fatto il primo Quod erat demonstrandum.

Ma perché il prof. Vaciago confonde i debiti con i crediti?

Ho incontrato il prof. Vaciago due sole volte: una volta di persona, e una volta su Radio Popolare (eravamo co-intervistati a distanza). Tralascio il secondo episodio (c'erano alcune lievi imprecisioni, ma passons). Il primo me lo ricordo meglio. Era la prima volta che presentavo un lavoro scientifico a un convegno, il 4 aprile 1991, nella sede dell'ABI a Palazzo Altieri. E, as it happens, che avrei dovuto presentarlo io, il lavoro, lo avevo saputo solo il giorno prima. Il mio maestro nonché coautore del lavoro (con altri due amici persi poi di vista), Carlucci, per qualche motivo non precisato, mi aveva detto il giorno prima che sarei stato io a presentare. Ora, non è che io il lavoro non lo conoscessi, ma capite, proiettato così, precario universitario nemmeno trentenne, di fronte a un'eletta platea di economisti senza virgolette, certo, un po' di ansia mi saliva. Ma sia come sia, presi coraggio e andai. La sessione era presieduta, appunto, da Vaciago. Feci il mio discorsetto, ascoltai quelli degli altri, poi alla fine dei lavori, essendo stato relatore, mi parve buona creanza salutare il chairman. Scoprii così di essere trasparente. Il che, intendiamoci, può anche essere un vantaggio se di lavoro fai il borseggiatore. Ma se invece vuoi semplicemente, per mera cortesia, salutare qualcuno, diventa uno svantaggio. Come si dice patronising in italiano?

Del resto, eravamo nel palazzo di un'antica famiglia di papi e cardinali. Dopo aver inutilmente cercato di baciare l'anello pastorale, me ne andai lieto incontro al mio destino. Anche perché io non sapevo dove sarebbe andato il cardinale uscendo da palazzo Altieri, ma sapevo benissimo dove sarei andato io: dietro l'angolo. E questa prospettiva mi riempiva di giubilo per motivi che il tacere è bello, e che attengono ai vantaggi dell'essere un precario men che trentenne.

Ubi incommoda ibi et commoda.

Quindi...

Non avete capito?

Ve lo spiego io, perché il professore confonde i debiti con i crediti. Perché i crediti delle banche, quelli che ora sono in sofferenza, sono i debiti dei privati: famiglie e imprese. E debito privato non si può dire. Anzi, come sapete, in italiano non esiste più la parola debito: esiste solo la parola "debitosovrano". Capite bene che "debitosovrano privato" suona male: quindi non si può dire: basta il sostantivo: "debitosovrano".

Si può però dire "debito delle banche", anche se è una lieve imprecisione. E perché? Ma è semplice. Perché dal punto di vista ideologico dire "debito delle banche" rinvia alla favoletta dalle fosche tinte, ma intrinsecamente consolatoria (come tutte le favolette), secondo la quale la finanza cattiva avrebbe fatto dei non meglio precisati debiti... Un quadro meno comprensibile ai più, e quindi molto più rassicurante, di quello che consiste nel dire la verità: "guarda che le banche hanno prestato troppo (in Spagna il loro attivo è aumentato di una novantina di punti di Pil dal 1999 al 2007), quindi hanno necessariamente prestato male (perché gli impieghi produttivi sono limitati ed esistono i rendimenti decrescenti), quindi ora sono fragili e rischiano il fallimento. Le banche falliscono perché è esploso il debito privato, il quale è esploso perché loro hanno deciso di finanziarlo. Chiaro? I 90 punti di Pil in più di "crediti ai settori residenti" in Spagna sono 90 punti di Pil in più di debito privato. Il debito privato (cioè i crediti delle banche, la componente principale del loro attivo) in Spagna nel 2007 era il 197% del Pil. Il debito pubblico era il 36%. Sì, hai capito bene benissimo. Proprio così."

A questo serve "scambiare" i debiti con i crediti. A nascondere questa semplice, tremenda verità: che i mercati sono allarmati dallo spropositato debito privato dei paesi dell'europeriferia.

Non so se è chiaro: PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO, PRIVATO.

(ho fatto una slide così anche per i miei studenti).

Il settore privato spagnolo ha debiti per il doppio del reddito del paese. Altro che parametri di Maastricht! E cosa succede quando il settore privato ha troppi debiti (cioè ha preso troppi soldi in prestito, cioè le banche hanno troppi crediti), cosa succede insomma quando c'è too much finance ce lo spiega Ugo Panizza (relatore invitato al workshop di Pescara): quando il debito privato supera il 110% del Pil iniziano gli effetti depressivi sull'economia.

Del resto, in Spagna la crescita media dal 1980 al 2002 è stata del 2.9%. Nel 2003 il debito privato (non quello delle banche, che per i privati è un credito: quello dei privati, che per le banche è un credito) supera il 110% del Pil, e la crescita media dal 2003 al 2011 è stata dell'1.69%. Direte: be', ma c'è stata la crisi.

E io vi chiedo: e la crisi perché c'è stata? Perché in un altro paese i debiti privati avevano superato (e da un po') il 110% del Pil... Indovinate un po' dove?



Quanto è facile prendervi in giro! Quasi modo geniti infantes... Ma io l'ho detto a Frosinone e lo ripeto. Se qualcuno mi paga, vi convinco che l'euro è una gran cosa. Ma devono veramente pagarmi molto, perché... che gusto c'è a prendere in giro delle persone che si lasciano dire qualsiasi cosa! I debiti delle banche! I debiti delle banche!? I debiti delle bancheeee!!???

lunedì 21 maggio 2012

1992: le "lievi imprecisioni" del Corsera


Avrei altro da fare, ma quando è troppo è troppo.



Mi sono già occupato del modo in cui certe fonti di (dis)informazione riportano quello che potrebbe accadere se la dracma uscisse dall’euro (in particolare, su Repubblica). Non credevo che la mia indignazione per una certa tendenziosa superficialità potesse essere superata. Ma a Roma si dice che il peggio non è mai morto. E infatti, un lettore del blog mi segnala un articolo che suscita in me un’indignazione ancor più motivata e profonda.

Perché, vedete, Livini, l’autore del “pezzo” di Repubblica, in fondo faceva un esercizio ipotetico (cosa accadrebbe se...), servendosi, tra l’altro di una fonte in lingua inglese. Volendo essere indulgenti, le barriere linguistiche e una scarsa dimestichezza con la logica degli esperimenti controfattuali potevano spiegare la lieve esagerazione commessa: quella di valutare i costi del ritorno alla dracma a una somma pari a circa il 40% del Pil dell’intera eurozona (una volta e mezzo il Pil tedesco), anziché all’1.2% del Pil dell’Eurozona (metà del Pil greco), come riportato dalla sua fonte. Peccati veniali, cosa volete che sia: una differenza di alcune migliaia di miliardi di euro, ma si sa, se uno sceglie una carriera “letteraria”, si può giustificare (?) la sua scarsa dimestichezza con le aritmetiche, e poi, ripeto, qui in ogni caso si trattava di controfattuali, cioè di stabilire “cosa succederebbe se”. E siccome “cosa succederebbe se” lo scopriremo solo vivendo, come dire, certo, è una gaffe clamorosa, certo, è casualmente (?) orientata nel senso di diffondere quel messaggio terroristico che evidentemente in Italia tutti i quotidiani vogliono diffondere, certo, un quotidiano nazionale non è un blog e dovrebbe agire in modo più responsabile, però, insomma, via, su, si può essere indulgenti (e poi l’autore è amico di un amico: a proposito, siete ancora amici dopo che hai detto che è incompetente?...).

Ma l’articolo del Corriere della Sera di cui voglio parlarvi tante scuse non ne ha. Anche in esso si applica estesamente quello che Popper chiamava il pinball theorem:

Hyp: if my grand-father had had five balls
Th.: he would have been a pinball

Insomma: “si mmi nonno c’aveva cinque palle era ‘n flipper”, come dicono i saggi romani quando vogliono stigmatizzare la futilità di certi controfattuali un po’ campati in aria.

Ma non è sui controfattuali di questo articolo che voglio intrattenervi: ripeto, quello che succederà ai mutui, ai tassi, ecc. lo vedremo presto, e ovviamente non sarà né una passeggiata, né un Armageddon. Viceversa quello che è successo nel 1992 lo abbiamo visto tutti (almeno, chi c’era), ed è consegnato alle statistiche economiche. Riportarlo in modo grossolanamente distorto, per dedurne catastrofi epocali per noi in caso di ritorno alla dracma (o alla lira), mi sembra quindi difficilmente scusabile. Gli autori si espongono così, con una certa ingenuità, a una smentita, e soprattutto fanno sorgere motivati sospetti, visto che la loro distorsione va, guarda caso, nel solito senso: quello di ribadire nel cranio del lettore che non c’è alternativa, che fuori dall’euro sarebbe la tragedia. Comincio a convincermi del contrario, a giudicare da quante menzogne vengono dette da chi sostiene la tesi catastrofista.

Per farvi capire quanto tendenziosamente distanti dalla realtà siano le affermazioni dei due autori, occorre però che spieghi rapidamente a chi non lo sa:

1)      come funziona la bilancia dei pagamenti, e

2)      come funzionavano gli accordi di cambio dello Sme.

Come sempre, sono i dettagli a far la delizia dell’intenditore. Forse vi annoierò un po’, ma potrebbe valerne la pena.



La bilancia dei pagamenti in pillole

La bilancia dei pagamenti registra i pagamenti determinati dagli scambi di merci, servizi e prodotti finanziari fra i cittadini residenti in un paese e i non residenti. Lo scopo è quello di stabilire se il saldo fra pagamenti ricevuti e pagamenti effettuati è positivo o negativo (o nullo). Non c’è nulla di molto strano: ognuno di noi ha una sua personale bilancia dei pagamenti. Quando lavoriamo esportiamo servizi, e in cambio incassiamo denaro. Quando facciamo la spesa importiamo merci, e in cambio esborsiamo denaro. Quando mettiamo i soldi in banca, esportiamo un capitale (e in cambio riceviamo un pezzo di carta che ci permette di recuperare il capitale con gli interessi). Quando contraiamo un mutuo, importiamo un capitale (e in cambio firmiamo un pezzo di carta nel quale ci impegniamo a restituire il capitale con gli interessi). Tutti capiscono che alla fine della storia, non si può solo pagare: bisognerà pure incassare qualcosa, ogni tanto, altrimenti per effettuare gli acquisti occorrerà contrarre debiti. Semplice, no? Se non lavoro o non mi pagano devo comprare il pane a credito: cioè a debito.

Bene.

Quello che succede per ognuno di noi rispetto a tutti gli altri, succede anche per la somma di tutti noi rispetto a chi risiede in un altro paese. Quindi in Italia entra valuta estera se gli italiani vendono merci a non residenti (esportazioni di merci) o vendono titoli a non residenti (importazioni di capitali), mentre esce valuta estera se si acquistano merci da non residenti (importazioni di merci) o si acquistano titoli da non residenti (esportazioni di capitali).

Dato che nel 1992 avevamo la nostra valuta, mi preme farvi capire la relazione fra queste operazioni e il prezzo della valuta del paese, cioè il suo tasso di cambio. Capiamoci: dire “entra valuta estera” significa dire “viene domandata valuta nazionale”. Perché? Perché i casi sono due: l’esportatore italiano o viene pagato in lire (e allora è l’importatore estero che ha domandato lire sul mercato valutario, offrendo la valuta del suo paese), o viene pagato in valuta estera (e allora è l’esportatore italiano che si rivolge alla propria Banca centrale – ovviamente non di persona, ma tramite il sistema bancario – offrendo la valuta estera e domandando valuta nazionale). Quindi ogni operazione che determina un saldo positivo dei pagamenti tende a far salire il cambio della valuta nazionale, perché il saldo positivo è appunto una domanda netta di valuta nazionale. Di converso
tutto quello che fa defluire valuta estera dal paese (cioè determina un’offerta di valuta nazionale) tende a far deprezzare il cambio. Esempio: l’importatore italiano che chiede alla propria Banca centrale dollari (quindi domanda valuta estera e offre valuta nazionale) per pagare l’esportatore estero. Insomma, il residente che vuole un bene o un titolo estero, per acquistarlo domanda valuta estera, offrendo valuta nazionale, che quindi si deprezza.

Alla fine della giornata, se i pagamenti sono in equilibrio, non ci sarà né offerta né domanda netta di valuta nazionale: tante ne è stata domandata, tanta né è stata offerta: il suo prezzo, cioè il tasso di cambio, rimarrà stabile.

Ma se i pagamenti non sono in equilibrio, i casi sono due:

1)      c’è stato eccesso di domanda di valuta nazionale (da parte di esportatori di beni o importatori di capitali): e in questo caso il cambio tenderà ad apprezzarsi;

2)      c’è stato eccesso di offerta di valuta nazionale (da parte di importatori di beni o esportatori di capitali): e in questo caso il cambio tenderà a deprezzarsi.

Ma... se il cambio è fisso come si fa?

Capiamoci. Il cambio non è la costante di gravitazione universale. Non è qualcosa di iscritto dalla divinità nel grande libro della creazione. È una cosa umana, mutevole, transeunte e convenzionale come tutte le cose umane. Dire che il cambio è fisso non significa dire che esiste da qualche parte un “muro dei cambi” dove nostro Signore, o Mosè sceso dal Sinai, con un gran martellaccio e un chiodo “fissano” il cambio a una certa altezza. No, no, non è così. Dire che il cambio è fisso, in un’economia moderna, significa dire che qualcuno interviene attivamente, giorno per giorno, per ripristinare sul mercato valutario condizioni di equilibrio.

Cosa vuol dire “ripristinare condizioni di equilibrio”?

Vuol dire che:

a)      se c’è eccesso di offerta di valuta estera (eccesso di domanda di valuta nazionale) la Banca centrale, per evitare che il cambio si apprezzi:

                                            i.            può fare in modo che venga chiesta meno valuta nazionale, e/o
                                          ii.            può acquistare lei la valuta estera in eccesso di offerta, mettendola nelle proprie riserve ufficiali.

b)      se c’è eccesso di domanda di valuta estera (eccesso di offerta di valuta nazionale) la Banca centrale, per evitare che il cambio si deprezzi:

                                            i.            può fare in modo che venga chiesta più valuta nazionale, e/o
                                          ii.            può vendere lei la valuta estera richiesta, prendendola dalle proprie riserve ufficiali, e “pulendo” così l’eccesso di offerta di valuta nazionale.

Vediamo prima i sottocasi (i): come si fa a fare in modo che venga chiesta più o meno valuta nazionale? Bisogna distinguere fra lungo e breve periodo. Nel lungo periodo, certo, se il tuo cambio si apprezza, i tuoi prodotti diventano più cari per gli importatori esteri, quindi le tue esportazioni diminuiscono, quindi la domanda di valuta nazionale (offerta di valuta estera) cala, quindi ti riporti in equilibrio. Il contrario se il tuo cambio si deprezza. Ma quanto tempo ci vuole? E i fixing del cambio avvengono quotidianamente (anzi, ormai minuto per minuto). Nel day by day bisogna agire rapidamente, e allora lo strumento diventa il tasso di interesse.

Facciamo il caso (b)(i): c’è eccesso di offerta di valuta nazionale (saldo negativo dei pagamenti): la Banca centrale alza il tasso di interesse, gli investitori esteri sono invogliati, domandano titoli in lire, e così le scarse esportazioni (o le eccessive importazioni) di merci sono bilanciate da un afflusso (importazione) di capitali: saldo nullo, cambio stabile. Se invece il paese si trova in surplus, può far scendere il tasso di interesse: in questo modo gli afflussi per esportazioni (nette) di beni vengono compensati da deflussi di capitali: saldo nullo, cambio stabile.

Questo meccanismo (mantenimento del cambio fisso agendo sul tasso di interesse per bilanciare con i movimenti di capitali gli eccessi di domanda/offerta di valuta) normalmente funziona, tranne in due casi.

Il primo caso è quando non lo si vuole far funzionare. Esempio: la Cina. Dopo la crisi asiatica, la Cina ha agganciato il proprio cambio al dollaro e si è mantenuta in surplus strutturale. Tutti domandavano renminbi, ma il cambio non saliva. Perché? Perché la Banca centrale acquistava lei tutti i dollari offerti in cambio di renminbi, e li metteva nelle proprie riserve ufficiali. Perché? Ad esempio perché la crisi asiatica aveva dimostrato che per un paese ancora in via di sviluppo non è una cattiva idea dotarsi di una massa di manovra da spendere sui mercati valutari laddove ci sia necessità di difendersi da attacchi speculativi. Better safe than sorry.

Il secondo caso è quando il meccanismo si rompe. Esempio: la Svezia. Durante la crisi valutaria del 1992, il tasso di interesse in Svezia arrivò al 500%. Generoso quanto inutile tentativo. Chi può credere a un tasso simile? Quando arrivi a offrirlo di fatto hai già dichiarato di essere sconfitto. A quel punto l’unico modo che hai a disposizione per “difendere” il cambio è “spararti” tutte le riserve ufficiali (caso (b)(ii)) e poi svalutare. Se svaluti prima regali meno riserve ai mercati.



Lo Sme in pillole

Il Sistema Monetario Europeo, instaurato alla fine del 1979, era un accordo di cambio fra i principali paesi europei (a geometria variabile nel tempo), con il quale questi si impegnavano a far oscillare il cambio delle rispettive valute entro una banda molto ristretta (±2.25%) attorno a una “parità centrale” definita rispetto a una valuta scritturale, l’Ecu (European Currency Unit). Insomma, il cambio era praticamente fisso. Per inciso, vi ricordo che anche nel regime di Bretton Woods il cambio non era esattamente fisso, ma poteva oscillare di ±1% intorno alla parità centrale (definita rispetto al dollaro). Insomma: anche i cosiddetti sistemi di cambi “fissi” un minimo di flessibilità ce l’avevano, a differenza dell’euro: chiaro, no?

L’Ecu era una unità di conto definita come “paniere” (media ponderata) dei cambi delle valute europee, con pesi pari alle rispettive quote sul Pil europeo. Insomma: ci si impegnava a non scostarsi troppo dal “valore medio” delle valute della zona.

Vi faccio notare due cose.

Primo: se, partendo dalla posizione centrale, il paese A si portava al margine superiore della banda e il paese B a quello inferiore, di fatto A aveva rivalutato del 5% rispetto ad B, o B svalutato del 5% rispetto ad A. Non era poco (per i precisini: in realtà l’aggiustamento era lievemente asimmetrico per motivi tecnici che non interessano, e quindi l’entità complessiva era del 4.5% anziché del 5%: oggi con l’euro abbiamo lo 0% di flessibilità). La lira poi, riconosciuta figlia di un dio minore, aveva inizialmente negoziato una banda di oscillazione più ampia (±6%), quindi la sua flessibilità era ancora maggiore.

Secondo: se una valuta si trovava persistentemente spinta al margine inferiore (superiore) della banda, la rispettiva Banca centrale doveva intervenire innalzando (abbassando) il tasso di interesse o acquistando (vendendo) la propria valuta in cambio di valuta estera. Naturalmente anche qui l’origine del problema era nella competitività: si trovava spinto verso il basso il paese con più inflazione, che quindi aveva partite correnti tendenzialmente in rosso (poche esportazioni, molte importazioni). Per un paese simile la situazione poteva rivelarsi insostenibile:

1)      perché essendo costretto a tenere alti i tassi di interesse, vedeva rapidamente deteriorarsi la propria posizione fiscale (vedi Italia);

2)      perché se invece decideva di intervenire a sostegno della propria valuta acquistandola, dopo un po’ finiva le proprie riserve ufficiali, ed era costretto ad arrendersi.

Per rimediare a queste prevedibili, prevedibilissime situazioni di insostenibilità, lo Sme aveva previsto (appunto) due meccanismi. Una valuta spinta all’estremo inferiore (o superiore) della banda di oscillazione poteva:

1)      rinegoziare la parità centrale, concordandone una più bassa (o più alta) con i partner europei;

2)      ricorrere all’aiuto del Fondo Europeo di Cooperazione Monetaria (FECOM).

Notate: sono due meccanismi del tutto analoghi a quelli previsti a suo tempo dal sistema di Bretton Woods. Anche in quel sistema era possibile rinegoziare la parità col dollaro in caso di squilibri “fondamentali”, ed era possibile (è possibile) ricorrere all’aiuto del Fondo Monetario Internazionale in caso di squilibri di breve periodo. A proposito: voi il FECOM lo avevate mai sentito nominare? Non credo. Perché? Semplice: perché ovviamente già allora pochi, o meglio nessuno, erano interessati a soluzioni cooperative delle crisi. E perché? Semplice: perché dalle soluzioni “traumatiche” c’era molto, ma molto da guadagnare.

Eh sì! Perché un sistema di cambi fissi ma aggiustabili è esattamente quello che ci vuole per favorire la cosiddetta “speculazione destabilizzante”.

Pensateci. Se un paese era spinto al margine inferiore della banda, voleva dire che stava già da tempo in una situazione di tendenziale deficit, quindi stava già accumulando debiti con l’estero. Su quei debiti stava pagando interessi sempre più alti (a causa del tentativo della Banca centrale di “difendere” la parità del cambio), il che aggravava la situazione (interessi più alti = pagamenti più consistenti di redditi all’estero = maggiore deficit). Non solo. Se la situazione si aggravava, la Banca centrale poteva sì intervenire “pulendo” il mercato, cioè comprando lire contro dollari o marchi. Ma naturalmente la Banca centrale italiana non può stampare dollari o marchi. Gli speculatori sapevano bene quando la Banca centrale stava per finire le sue munizioni. A quel punto scatenavano una massiccia vendita di attività denominate lire, acquistando in cambio marchi, il che dava una spinta all’ingiù al cambio. La Banca centrale italiana finiva le riserve (di fatto, vendeva agli speculatori tutti i marchi che possedeva) e poi era costretta a svalutare (così il giorno dopo gli speculatori con gli stessi marchi si compravano il 10% di lire in più). Semplice, no? E allora perché ricorrere al FECOM, perché aggiustare un meccanismo che, così com’era, faceva fare tanti bei soldini a chi aveva le disponibilità sufficienti per manovrare sui mercati valutari?

Tenete presente che il problema, ora come allora, era provocato da due ingredienti: l’esistenza di un differenziale di inflazione, che peggiorava la posizione competitiva del paese in deficit; la rigidità del cambio, che impediva di procedere con riallineamenti costanti, evitando problemi. Naturalmente durante tutti gli anni ’80 i riallineamenti c’erano stati, sia al rialzo che al ribasso (la cronologia è qui). Non era morto nessuno. La decisione di evitarli a tutti i costi era una decisione politica, non tecnica, presa per i motivi per i quali si prendono le decisioni politiche: perché qualcuno ci guadagnava (o ci avrebbe guadagnato).



Il 1992

Vi ricordo che nel 1986 aveva avuto luogo l’ultimo riallineamento importante della lira. E vi ricordo anche che nel 1991 la lira era entrata nella banda di oscillazione ristretta (cioè era passata da una banda del ±6% a una del ±2.5%, ovviamente più difficile da difendere). E vi ricordo anche che dal 1986 al 1991, cioè nei 5 anni precedenti il 1992, l’Italia aveva avuto in media quattro punti di inflazione in più della Germania (geniale l’idea di entrare in banda ristretta con un simile differenziale di inflazione!). Gli ingredienti per un’esplosione c’erano tutti, e infatti l’esplosione avvenne. Ma sentite come la raccontano gli amiconi del Corriere.



“il nostro Paese venne costretto ad abbandonare lo Sme, il sistema monetario europeo, dopo un furioso attacco speculativo. Il dopo è storia, non finanza fatta con i «se». Tra maggio e ottobre la lira perse il 25% rispetto al marco tedesco. Nel periodo successivo i Bot andarono al 17%, l'inflazione schizzò e i titolari di un mutuo in Ecu - il paniere che rappresentava le divise europee - o in altre monete straniere maledissero la scelta extra valutaria. Perché la lira perse terreno rispetto a tutte le monete forti.”



Asserzione numero 1: in seguito a un attacco speculativo la lira perse il 25% rispetto al marco fra maggio e ottobre.

La Fig. 1 riporta un decennio di tasso di cambio lira/Ecu (in blu) e lira/marco (in rosso). I tassi sono quotati “incerto per certo”, cioè misurano quante lire ci vogliono per acquistare un’unità delle altre valute, quindi se aumentano vuol dire che ci vogliono più lire, cioè che la lira si svaluta. Riporto il tasso col marco perché è quello citato dagli autori, e quello con l’Ecu perché era il fulcro del sistema dei cambi. Va da sé che siccome già allora la Germania esprimeva una quota importante del Pil europeo, e per di più le valute di Olanda, Belgio e Austria erano strettamente legate alla sua, ovviamente il “paniere Ecu” seguiva, come dire, le vicende dell’uovo più grosso. Voglio dire che, come si vede nella figura, i tassi lira/marco e lira/Ecu si muovevano di conserva.



La Fig. 2 riporta quello che è successo a questi due cambi fra il maggio e l’ottobre del 1992.



Abbiamo “zoomato” sia in larghezza, considerando solo i sei mesi dei quali gli autori parlano, sia in altezza, rappresentando le due serie su due assi diversi, per far vedere meglio cosa è successo: il cambio con l’Ecu è misurato sulla scala verticale di sinistra, quello col marco sulla scala verticale di destra. A sentire gli autori, sembra che la lira abbia progressivamente perso terreno, in questi sei mesi,  sotto le ondate di un attacco speculativo (come sono cattivi, gli speculatori, e la povera liretta non poteva difendersi). Ora, è evidente che le cose non stanno così. Fra maggio e agosto i due tassi di cambio stanno fermi, immobili (variazione media dello 0% al mese). Poi fra agosto e settembre vediamo una fiammata verso l’alto, cioè una svalutazione: ci vogliono 48 lire in più per acquistare un marco (il 6.3% in più) e 74 lire in più per un Ecu (il 4.8% in più). E fra settembre e ottobre, un’altra svalutazione: ci vogliono altre 73 lire in più per un marco, e altre 111 lire in più per un Ecu (rispettivamente, un altro 9% e 6.8%). Quindi, in una sola frase (“Tra maggio e ottobre la lira perse il 25% rispetto al marco tedesco”) ci sono due errori: intanto, la perdita complessiva fra maggio e ottobre fu del 17% rispetto al marco (e del 12% rispetto all’Ecu). Poi, non avvenne “fra maggio e ottobre”, ma “fra settembre e ottobre”.

Questo non è un dettaglio: fa parte del meccanismo dello Sme, e soprattutto di come si era deciso di gestirlo. Si era, evidentemente, deciso di gestirlo rinviando il più possibile i riallineamenti, che pure erano perfettamente previsti, leciti e consentiti dalle regole scritte. Perché? In teoria per un problema di “credibilità”: la rigidità del cambio, si diceva, avrebbe reso più credibili le politiche antinflazionistiche dei governi periferici. Ma in pratica il rinvio dei riallineamenti, a conti fatti, otteneva un unico, meno nobile,  scopo: quello di consentire agli speculatori dei guadagni ingenti e immediati una volta arrivati al punto di rottura.

Se veramente la lira avesse “perso terreno” gradualmente fra maggio e ottobre, ovviamente gli speculatori avrebbero guadagnato molto di meno. Perché? Perché certamente non si sarebbero messi in tasca il 7% il 14settembre. Magari si sarebbero messi in tasca il 2% a maggio, ma il riallineamento avrebbe ridato fiato all’economia, rinviando riallineamenti futuri, e rendendoli meno onerosi. Quella di “caricare la molla” fino al punto di rottura era evidentemente una decisione politica.

Capiamoci con un esempio tratto dalla nostra tragica attualità. Secondo voi, se le persone così duramente colpite dal terremoto in Emilia avessero potuto scegliere fra tre scosse di secondo grado e una di sesto grado (quella che purtroppo si è verificata), cosa avrebbero scelto? È chiaro: tre scosse meno violente. Ma il terremoto è un “act of God”, dicono gli inglesi, che ha solo vittime, solo perdenti: non ci sono vincitori. La svalutazione, invece, è un costrutto umano, ed ha vincitori e perdenti. E naturalmente i vincitori ci guadagnano di più quanto più grande è la scossa.

Ecco perché le cose non sono andate come raccontano i due (progressiva perdita di terreno fra maggio e ottobre) ma come raccontano i dati: perdita secca a settembre.



Asserzione numero 2 – “Nel periodo successivo i Bot andarono al 17%”

E vediamoli i tassi di interesse italiani. Per fissare le idee, ve li faccio vedere nei 24 mesi dall’inizio del 1992 alla fine del 1993. Secondo i nostri amiconi, a partire da novembre (periodo successivo alla svalutazione), dovremmo osservare un’impennata dei tassi. E infatti:



Ho mantenuto le definizioni della mia fonte (le International Financial Statistics). Vedete, il tasso sui Bot è il Treasury Bill Rate, che effettivamente raggiunge un massimo pari al 18% (per l’esattezza, 17.98%) ma, dettaglio, non dopo la svalutazione, ma durante. In effetti, noi stiamo usando dati mensili. Se avessimo dati giornalieri, vedremmo che il picco viene raggiunto prima della fatidica data del riallineamento (14 settembre). Come mai? Ve l’ho spiegato prima. Il tasso di interesse andò alle stelle al culmine della crisi, nel tentativo strenuo, ma matematicamente destinato a fallire, di difendere la parità con l’Ecu. E quindi gli amiconi stanno mentendo, perché, una volta svalutato, e addirittura abbandonati gli accordi di cambio (il 17 settembre), ovviamente la necessità di difendere il cambio veniva meno, e infatti i tassi di interesse dopo la svalutazione rapidamente scesero, non salirono, come vi dicono gli autori (sapendo di mentire?). Dopo ottobre il tasso sui Bot era già sceso di 2.5 punti rispetto al massimo, e a febbraio del 1993 era sceso di quasi sei punti, collocandosi a 12.05, cioè sotto il valore di gennaio 1992 (12.18). Quindi la storia che l’abbandono del cambio fisso ha fatto impennare i tassi è falsa. E del resto, perché avrebbe dovuto essere vera?


Asserzione numero 3 – “L’inflazione schizzò”

Ah, già, l’inflazione! Certo, certo, lo sappiamo quale relazione c’è fra svalutazione e inflazione: una relazione che a voler esagerare potremmo definire tenue, e questo sia sulla base dei dati, che di precise teorie economiche (ne abbiamo parlato qui). Ma il piddino medio è educato al terrore dell’inflazione importata. Per lui la svalutazione si trasferisce sui prezzi con un coefficiente pari a 1 (quello che gli economisti chiamano coefficiente di pass-through, sì, proprio quello che in tutti gli studi empirici risulta invece molto più basso). Tant’è che i nostri autori dicono solo “schizzò”, senza neanche dire fino a dove, perché si dà per scontato che se il cambio si svalutò del 25% (anche se era il 17%), l’inflazione sarà salita almeno al 25% (o al 17%). E in effetti, se l’inflazione fosse “schizzata”, ci saremmo anche potuti aspettare un incremento dei tassi di interesse (che normalmente si adeguano all’inflazione). Ma l’incremento dei tassi non c’è stato, e ovviamente non c’è stato nemmeno lo “schizzo” (metafora poco elegante).

Lo abbiamo già visto con dati annuali nella Fig. 2 di questo post, ma rivediamolo con i dati mensili. La Fig. 4 riporta il tasso di inflazione e di svalutazione calcolato mese per mese (la cosiddetta variazione congiunturale).



Non so se è chiaro: le svalutazioni, come vedete, raggiungono quasi il 9%, ci sono poi rimbalzi con rivalutazioni che arrivano al 4% (sempre mese per mese), ma non abbiamo né inflazione al 9% nel primo caso, né deflazione al 4% nel secondo: i prezzi si muovono molto, ma molto, ma molto di meno del tasso di cambio. Chiaramente, siccome i prezzi non sono influenzati dal cambio, cade l’idea (che forse gli autori hanno in testa) di una fiammata dei tassi causata da uno “schizzo” dell’inflazione a sua volta causato dalla svalutazione del 25% (che invece era il 17%). Il tasso di crescita dei prezzi (l'inflazione) se ne va bello pacioso per la sua strada, senza essere minimamente affetto dalle paturnie del cambio. Se volete, apriamo lo zoom: ve lo faccio vedere su un periodo più ampio, considerando i livelli (cioè il tasso di cambio, e l’indice dei prezzi):



Ecco, giudicate voi: il livello dei prezzi è in rosso, quello del cambio in blu. Vi sembra che quando il cambio schizza verso l’alto (svalutazione) i prezzi ne risentano? A me sembra che continuino ad andare dritti per la loro strada, con una crescita (inflazione) pressoché costante. E infatti è così. Chi dice il contrario, chi dice che la svalutazione porterebbe altrettanta inflazione e quindi alti tassi di interesse, è solo un dilettante (perdonabile) o un furbastro (meno perdonabile). I fatti, in ogni caso, stanno in un altro modo.


Sintesi: i nostri raccontano la storia del 1992 in tre affermazioni, che sono tutte e tre false. Sono false non per una sfortunata fatalità, ma perché, come vi ho spiegato, forse annoiandovi, contraddicono frontalmente la logica del sistema allora vigente:

1)      la svalutazione non fu graduale ma one shot perché questa era la logica del sistema che prevedeva cambi fissi ma aggiustabili, e perché in questo modo gli speculatori ci guadagnavano di più;

2)      i tassi di interesse dopo la svalutazione non salirono ma scesero, perché una volta svalutato (e ancor più dopo l’uscita dallo Sme) non era più necessario tenerli alti per difendere il cambio;

3)      l’inflazione non schizzò verso l’alto perché non lo fa mai, dato che il coefficiente di pass-through è molto ma molto inferiore a uno.

E ora credo di non dovervi più spiegare perché da circa 20 anni non leggo più i giornali italiani. Voi regolatevi come credete, ma se poi vi mettono paura dell'uomo nero, e di notte avete incubi, non chiamate me. I miei figli hanno smesso da un po', sinceramente faccio a meno di ricominciare...






“Perché vive un uomo simile?” ruggì sordamente Dmìtrij Fiòdorovič, quasi fuori di sé dalla collera, alzando le spalle in modo tale da sembrare quasi gobbo, “no, ditemi, gli si può ancora permettere di disonorare con la sua presenza la terra?” e girò lo sguardo su tutti, indicando con la mano il vecchio. Egli parlava con lentezza e misura... Ma tutta quella scena, giunta ormai al colmo dello scandalo, finì nel modo più inatteso. A un tratto lo starets si alzò. Aljòša, che dalla paura provata per lui e per gli altri era quasi smarrito, ebbe tuttavia il tempo di sostenerlo per un braccio. Lo starets fece un passo verso Dmìtrij Fiòdorovič e, giuntogli vicinissimo, si abbandonò dinanzi a lui in ginocchio. Aljòša credeva già che fosse caduto per lo sfinimento, ma non era così. Inginocchiatosi, lo starets si prosternò a Dmìtrij Fiòdorovič con un perfetto, preciso e consapevole inchino, e sfiorò anche la terra con la fronte.

venerdì 11 maggio 2012

Più Europa (e meno Spagna). O no?

Vi ho parlato in un post precedente di un economista eterodosso, un certo Pesce (o almeno così lo chiamavano a Roma), che in un convegno scientifico passato alla storia come il mountain workshop (il seminario della montagna), del quale sta per ricorrere il duemillesimo anniversario, disse una serie di cose di grande attualità, che via via abbiamo commentato in questo blog. Ieri alcuni lettori, chi in forma privata (per non perdere il posto di lavoro), chi in forma pubblica, mi hanno segnalato questo articolo di Repubblica, e le parole immortali di Pesce mi si sono stagliate davanti agli occhi: a fructibus eorum cognoscetis eos.

Eh già! Perché per valutare appieno la portata di questa ennesima riedizione del mantra “più Europa”, più che entrare (o rientrare) nel merito di cosa sia una zona valutaria ottimale, occorre e basta scorrere la lista dei firmatari, e contare le menzogne, le pure, semplici, sfacciate, incontrovertibili menzogne (nel senso di sovvertimenti e presentazioni distorte della realtà fattuale consegnataci dalle statistiche) sulle quali i firmatari basano i loro argomenti.

Il più noto dei firmatari, il professor Prodi, ha spinto molto perché l’Italia entrasse nell’euro, sostenendo che questa misura avrebbe avuto grandi vantaggi per noi. Ora che l’euro si rivela insostenibile, ci viene a dire però che comunque non ne usciremo perché esso fa comodo... non più a noi (come diceva prima), bensì alla Germania! Una dichiarazione surreale, di cui ci sorprende non tanto il contenuto, che a noi è assolutamente ovvio (abbiamo spiegato più volte come e perché le asimmetrie dell’euro avvantaggiano alcuni paesi a danno di altri, ponendo le basi per la disgregazione economica, sociale, culturale e civile di questo continente), quanto la disarmante sfacciataggine. Evidentemente il professor Prodi pensa che alle tante famiglie che negli ultimi tempi hanno subito lutti di varia natura (dalla Thyssen Krupp di Torino, fino ai suicidi degli ultimi giorni), alle famiglie che quindi si stanno ponendo le domande drammatiche che tutti noi, prima o poi, ci dovremo porre, su quale sia il senso dell’esistenza, sia di conforto il sapere che nei drammi che hanno subito un senso in effetti c’era: tutto questo è successo ad majorem Alamanniae gloriam.

Un altro firmatario di spicco, il professor Attali, ha anche lui partecipato, in quota Mitterand, alla costruzione di questa catastrofe annunciata, di questo assoluto nonsense economico che è stato l’euro. Nonsense economico dotato però di un ben preciso senso politico: la rivincita del capitale sul lavoro, con la compressione dei salari e l’espansione della disuguaglianza, come ci indicano i dati e tanti studi scientifici. Lui, Attali, invece, cosa ci dice? Con una bonomia molto Louis XIII, nel rivendicare il privilegio di aver tenu la plume (tenuto la penna) che ha scritto il Trattato di Maastricht, ci dice che in effetti il metodo seguito non è stato molto democratico (très démocratique), ma che questo furto di democrazia era essenziale per costringere gli elettori ad andare oltre (nous forcer d’avancer), verso il famoso “più Europa”.

E una riflessione anche qui si impone, semplice, ma essenziale: come si può pensare che l’adozione di un metodo dichiaratamente non democratico possa condurre ad esiti democratici (o comunque “migliori” per una società democratica)? Attenzione: qui non c’è complottismo: qui abbiamo la confessione da parte di uno dei protagonisti del fatto che si è deliberatamente scelto di adottare un metodo non democratico.

E questa scelta è tanto più grave, proprio in quanto la letteratura economica aveva esplicitamente messo in guardia contro i pericoli di un Trattato che (in modo dittatoriale) non fornisse vie di uscita: ho citato più volte gli avvertimenti di Martin Feldstein di Harvard (che non sarà l’Ena, ma si difende...). Un tema, del resto, che è stato ripreso oggi ("The Eurozone needs exit rules") e sul quale, come sapete, sto organizzando un convegno scientifico col sostegno del mio dipartimento e di una rete internazionale di economisti. Ma questo paternalismo, il paternalismo che avevo trovato agghiacciante nella conversazione che forse ricorderete con Aristide, è quello connaturato alle nostre élites “europee”: profondamente, convintamente, e sfacciatamente antidemocratiche. E quello che veramente mi stupisce e mi urta, ancora una volta, è la sfacciataggine. E quello che mi terrorizza è che essa non promuova alcuna reazione.

Questi sono i firmatari.

Qualcuno potrebbe anche dirsi che a questo punto leggere il resto è inutile, no? Basta aver letto l’Eneide: timeo Danaos et dona ferentes. Qualcuno potrebbe in effetti concludere che qualsiasi cosa propongano delle persone simili, è chiaro che è una fregatura!

Il post potrebbe quindi chiudersi qui, sulla constatazione del fatto che chi oggi propone “più Europa” lo fa confessando di avere in passato obbedito a una logica profondamente antidemocratica, quella che consisteva nel nascondere agli elettori i costi dei quali era certo il manifestarsi, affinché questi costi, dimostratisi insostenibili, spingessero gli elettori a fare una ipotetica e improbabile cosa giusta chiamata “più Europa”. Cioè: invece di dire agli elettori: “volete più Europa? Guardate, avrà dei costi, ma poi ne trarremo vantaggi”, agli elettori è stato detto “dai, facciamo l’euro, ne avremo solo vantaggi, sarà bellissimo!”, salvo poi, una volta scoperto da tutti che le cose non stanno così, dire “be’, sì, lo sapevamo che c’erano dei costi, ma vedete, ormai si può solo andare avanti...”. Ma siamo sicuri che delle persone che ragionano così sappiano verso dove stanno andando? E che sapendolo ce lo dicano? Perché mai chi ha mentito una volta (e se ne vanta) dovrebbe ora dire la verità?

Se ne potrebbe concludere, e forse non si sarebbe troppo sbrigativi, che chi dice “più Europa” va isolato e combattuto politicamente (nella misura in cui uno tenga alla democrazia: se invece non ci tiene, può unirsi al coretto: “più Europa”). Anche perché, attenzione attenzione, "più Europa" poi cosa significa per questi buontemponi? Permettere che delle istituzioni già sufficientemente lontane da noi, non si sa bene se e come e da chi elette, maneggino una quota sempre più grande dei nostri soldi... naturalmente a fin di bene, per il nostro bene, per quel nostro bene che noi non sappiamo quale sia, tant'è che per farcelo fare ci hanno dovuto nascondere qualche trascurabile dettaglio (come quello che una moneta unica in una zona che non è un'area valutaria ottimale può solo cagionare disastri, come sta facendo)!

Ma...

Facciamoci del male...

Leggiamo, leggiamo l’analisi. Cominciamo dalla prima frase:


“La crisi della zona Euro non è iniziata con la crisi greca ma è esplosa molto prima, quando è stata creata un'unione monetaria senza unione economica e fiscale nel contesto di un settore finanziario drogato da debiti e speculazione.”

E qui la domanda sorge spontanea: certo, il problema è aver creato un’unione monetaria dove non ne sussistevano i presupposti, ma chi è responsabile di questa decisione? Chi ha deciso di procedere verso la moneta unica contro l'avviso pressoché unanime di tutti gli economisti, fatti salvi due o tre gnomi di palazzo? Voi! Solo che, vedete l’abilità retorica: mettono due parolette, “debito”, “speculazione”, due parolette che nell’immaginario collettivo identificano il male... E in questo modo la domanda che a noi sorge spontanea (ma perché avete creato un’unione monetaria senza unione economica?) il lettore mediano non se la pone. Dice fra sé: “com’è vero, la colpa è della speculazione...”, e continua a leggere. Continuiamo a leggere anche noi, che la risposta la sappiamo: l’unione monetaria senza unione economica è stata creata da questi signori perché essa era funzionale agli interessi di un certo capitalismo poco lungimirante. Ma vediamo, vediamo cosa ci dicono...



“Certo, i debiti pubblici sono esplosi in questi ultimi trent'anni ma sono gli squilibri fra i paesi della zona Euro che hanno determinato la situazione attuale.”



Altra frase parzialmente condivisibile: certo, sono gli squilibri della zona euro ad aver determinato il problema. Frase condivisibile ma, aggiungo, tautologica. Di fatto i nostri economisti ci stanno dicendo che la zona euro è squilibrata perché è squilibrata, una conclusione alla quale, senza di loro, non saremmo mai arrivati! Ed esattamente come sopra, la metà condivisibile del periodo è del tutto generica e serve solo a distrarre il lettore mediano, per rifilargli nell’altra metà un messaggio molto preciso e molto falso: quello che la crisi nasca dal debito del settore pubblico. Ora, noi sappiamo, e lo abbiamo visto fin dal primo post, che ciò non è vero. I dati statistici, la scansione temporale degli eventi, e anche la teoria economica, ci indicano chiaramente che i problemi che stiamo vivendo sono nati nella finanza privata: quando la crisi è esplosa, i debiti pubblici stavano diminuendo ovunque, perfino in Italia, ma nei paesi periferici stavano aumentando i debiti privati contratti con creditori esteri (guarda caso, del “Nord”).

E così abbiamo acquisito un altro punto essenziale: fateci caso: chi propone la terapia “più Europa” parte sempre da una diagnosi sbagliata, la diagnosi ideologica dei Boldrin, dei Giavazzi, per i quali il nemico è comunque, contro ogni sensata evidenza, il debito pubblico, cioè lo Stato. Una diagnosi che però, guarda caso, non tiene conto del fatto che in tutti i paesi andati in crisi il debito pubblico stava diminuendo, tranne in uno, il Portogallo, dove comunque era su livelli che a noi sembrerebbero paradisiaci. La diagnosi giusta è allora quella dei De Grauwe, dei Krugman, degli Stiglitz, i quali invece ci dicono il problema è nato nel Mercato, nella finanza privata. Ma di questa finanza privata molti estensori dell’articolo sono stati docili accoliti o solerti agiografi. E questo, se da un lato ci fa capire perché desiderino sminuirne le responsabilità, dall’altro non è esattamente una garanzia di equanimità e di efficacia delle loro proposte.

E allora andiamo avanti:


“Da una parte, un insieme costituito dai paesi del Nord Europa con la Germania in testa ha costruito la sua economia sulla competitività e le esportazioni. D'altra parte, i paesi della periferia hanno utilizzato deboli tassi di interesse per alimentare la loro domanda interna e costruito la loro economia su settori di beni non esportabili o meno sottoposti alla concorrenza esterna come il settore immobiliare.”


E qui anche ce n’è, da ridere. Certo, i paesi del Nord Europa hanno adottato una prospettiva mercantilistica, quella secondo la quale si tenta di crescere sfruttando la domanda estera, via esportazioni, anziché la domanda interna. La domanda interna, anzi, è stata sapientemente repressa, mediante una riforma del mercato del lavoro il cui finanziamento (loro non sono, come noi, quelli del "costo zero") ha portato la Germania a violare le regole “europee” sul deficit, (quelle stesse che ora ci vuole nuovamente imporre), e che la ha avviata su un sentiero di crescita totalmente squilibrato, cosa della quale adesso paga le conseguenze (perché, che se ne renda conto o meno, sarà trascinata dalla caduta delle economie periferiche, sulle cui spalle ha finora campato).

Ma... hanno fatto bene, i paesi del Nord, a comportarsi così? È stato giusto praticare questa politica beggar-thy-neighbour? Questo gli amici del "più Europa" non lo dicono, ma qualcosa però lasciano intendere.

Perché, vedete, anche qui nel modo in cui la frase è formulata è implicito un giudizio morale: si capisce che tutto sommato per gli estensori del documento la responsabilità ricade sulle scelte sbagliate dei paesi del Sud. E sottopongo alla vostra sagacia una deliziosa chicca lessicale: vedete? Si parla di “deboli” tassi di interesse. Una scelta letterariamente raffinata: “bassi tassi” è uno sgradevole omoteleuto. Ma la scelta è raffinata soprattutto dal punto di vista retorico, perché, vedete, al termine “debole”, c’è poco da fare, si associa sempre una connotazione negativa. Oh, quanto sono bravi questi pessimi economisti nello stillare nelle orecchie del lettore mediano il giusquiamo del loro stucchevole moralismo!

Quindi, par di capire, la colpa è dei tassi “deboli” che hanno avviato la periferia su un sentiero di crescita tirato dalla domanda interna e da investimenti improduttivi. Certo, suona plausibile. Alla fine la colpa è loro, potevano fare qualcosa di diverso, questi meridionali: potevano essere produttivi, produrre beni esportabili, ad esempio, si dice soddisfatto e rassicurato il lettore mediano (ma lui cosa esporta? E quanto è produttivo? Questo non se lo chiede, il lettore mediano, come non si chiede da dove viene la carne che mangia...).

E qui le domande fioccano.

Intanto, scusate, gentili colleghi, ma non siete stati voi a ripeterci in più occasioni, prima e durante la crisi, che proprio la convergenza dei tassi di interesse verso il basso, cioè quello che oggi chiamate il loro “indebolimento”, avrebbe fatto mirabilia? Avrebbe permesso ai paesi indebitati di mantenere l’equilibrio finanziario (Prodi sul Messaggero del 31 dicembre 2011), avrebbe promosso la crescita stimolando gli investimenti (l’argomento di Modigliani, da me criticato nel 1997)... Questo era il primo buon risultato che l’età dell’euro avrebbe portato con sé. E come mai dopo che i tassi sono scesi la colpa è diventata loro? Ma come? Da salvatori a carnefici? C’è qualcosa che non va, no? Volete banalizzare il punto dicendo che sì, però la colpa è dei cittadini del Sud, che hanno fatto gli investimenti sbagliati? Certo, avessero fatto quelli giusti... Quindi è colpa loro!

No. Questo non ve lo permetto, gentili colleghi, e non ve lo permetto sulla base non solo della mia profonda identità europea, che mi vieta di adottare argomenti sostanzialmente razzisti, ma anche sulla base di ben precisi fatti economici, che voi non potete ignorare.

Tanto per cominciare, rovesciamo il vostro argomento: cosa avrebbero dovuto fare i paesi del Sud per essere bravi? Evidentemente, a sentire voi, avrebbero dovuto costruire la loro economia su competitività e esportazioni (cioè comportarsi come quelli del Nord)... Ma... Lo capite cosa state dicendo? State dicendo una assurdità a livello globale e a livello locale. A livello globale, è assolutamente evidente che occorre pensare modelli di sviluppo diversi da quello mercantilistico, per il semplice motivo che se tutti i paesi del mondo fossero esportatori netti, occorrerebbe inviare le nostre merci su un altro pianeta. E la stessa cosa, e voi lo sapete, vale anche a livello locale. Per paesi come la Spagna o l’Italia l’eurozona rappresenta oltre il 60% del proprio commercio. Il che, banalmente, significa che se nell’eurozona volessimo essere tutti esportatori netti, dovremmo costruire un’altra eurozona verso la quale esportare (non so, fate voi, magari due chilometri sottoterra), o rassegnarci al sorgere di un conflitto, perché sarebbe materialmente impossibile per i due paesi più grandi del Sud esportare di più senza che la Germania (loro principale partner) esporti di meno (in termini netti). Tanto è vero che l’eurozona, dal punto di vista commerciale, è e rimane un sistema chiuso, semplicemente perché il suo nucleo (la Germania) ha conti esteri in pareggio con il resto del mondo, e ha un surplus verso l’eurozona che algebricamente si compensa con il deficit dell’eurozona verso la Germania stessa.

E poi... Ma cosa deve, cosa può esportare il Portogallo, o la Grecia? Bisogna anche capire che le economie non hanno tutte le stesse dimensioni, e quindi non hanno tutte gli stessi vantaggi comparati, e quindi non possono seguire tutte lo stesso percorso. Vi sembra un motivo per eliminarle dalla geografia politica e economica di quel continente che volete “unire”? Vi sembra sensato proporre a economie che fino agli anni ’80 venivano classificate come “in via di sviluppo” dalla Banca Mondiale lo stesso modello di crescita che le economie mature del Nord hanno voluto e potuto seguire, in modo del tutto scoordinato da qualsiasi ottica di cooperazione “europea”? Questa è l’economia che conoscete voi? Questa è l’Europa che auspicate voi? L’Europa dei vasi di coccio, sperando di essere quello di ferro?

E poi... si fa presto a dire “investimenti improduttivi”! Guardiamo i dati, prendiamo ad esempio la Spagna. Il ritornello “bollaimmmobiliare”! Quante volte lo abbiamo sentito... Ma... Sapete, qui dobbiamo fare almeno due riflessioni: primo, ma siamo proprio sicuri che gli spagnoli abbiano fatto solo investimenti “improduttivi”? Secondo: le famose bolle, con cosa vengono gonfiate? E chi ci soffia dentro?

Cominciamo dalla prima domanda. No: gli investimenti spagnoli non sono stati solo “improduttivi”. Nell’ultimo decennio (più esattamente, dal 2000 al 2010) la Spagna ha avuto un rapporto investimenti/Pil di circa 28 punti, contro i 18 della Germania, e i 10 punti di investimento in più si dividono più o meno equamente fra investimenti non residenziali e investimenti residenziali. È normale che un paese che parte da una posizione di relativo svantaggio faccia più investimenti, e questo la Spagna ha fatto, ed è per questo che l’integrazione finanziaria europea, in teoria, era stata fatta: per facilitare il finanziamento sui mercati dei paesi che erano rimasti indietro. Voi direte: “ma hanno costruito tante seconde case in riva al mare!”. Certo, lo so. Una cosa che difficilmente accadrebbe a Travemünde, per motivi che non sto a spiegarvi, e che probabilmente attengono al fatto che non tutti voi siete, come me, affascinati dalla prosa di Theodor Storm (e dai reumatismi). Scherzi a parte: certo, c’è stato anche un problema, è chiaro: oltre ai molti, necessari investimenti produttivi, ci sono stati anche investimenti azzardati, certo, e soprattutto in ambito immobiliare.

La famosa “bolla”. Ma cosa è una bolla?

Una bolla è un fenomeno che si verifica in un mercato quando il prezzo di un’attività (azione, casa, materia prima,...) comincia a crescere perché tutti si aspettano che cresca. E siccome se lo aspettano, comprano quell’attività, per rivenderla quando il prezzo sarà ancora cresciuto. E siccome comprano, il prezzo cresce, e altri sono invogliati a comprare aspettando ulteriori aumenti. E via così. Si chiamano self-fulfilling expectations (aspettative che si autorealizzano), e sono un fenomeno piuttosto consueto. Ma... questa bolla di cosa è riempita? Ma è chiaro: di soldi. E, ditemi, come la vedete voi? Se i prezzi delle case sono saliti, innescando il processo che poi ha determinato la diversione di investimenti verso il settore immobiliare, vuol dire che qualcuno, almeno all’inizio, le case le stava comprando. Se non lo avesse fatto, i prezzi non sarebbero saliti, e comunque nessuno avrebbe trovato conveniente costruire delle case che nessuno stava comprando, no? E allora ditemi, come la vedete voi? Secondo voi come è iniziato questo gioco? Da qualche parte i soldi per “innescare” il meccanismo saranno pure arrivati, no?

Forse è andata così: un giorno gli spagnoli sono scesi in giardino per annaffiare le piante, e strappando le erbacce si sono accorti che da sotto ai gerani spuntava lo spigolo di un vecchio forziere arrugginito. Apertolo con le debite precauzioni, lo hanno trovato pieno di pezzi da otto. E allora, siccome sono pigri e colpevoli, invece di investire questi pezzi da otto nell’acquisto di un’alesatrice, ci hanno comprato la casa al mare, investimento improduttivo, quindi meritano la fine che stanno facendo, con la disoccupazione oltre il 20%.

O forse è andata come dicono Lance Taylor e Roberto Frenkel: è una storia vecchia come il mondo: il “centro” impone alla “periferia” l’adozione di un tasso di cambio fisso. Lo fa sempre per ottimi motivi dichiarati: per “aiutare” i paesi periferici a combattere l’inflazione, per “promuovere” il commercio. E lo fa soprattutto per motivi non dichiarati: l’adozione di un cambio fisso elimina il rischio di cambio sugli investimenti finanziari nei paesi periferici (se ti presto dei soldi, ora non puoi più restituirmi pesetas svalutate), generalmente porta a tassi di interesse più elevati nei paesi periferici (e diventa così più conveniente farvi affluire fondi: lo abbiamo visto nel caso della Grecia), e naturalmente rende meno competitive le merci della periferia, che di fatto prende soldi in prestito anche per acquistare le merci del centro. Questo è il gioco che gli Usa hanno giocato con l’Argentina, e che la Germania ha giocato con la periferia dell’eurozona. Ed ecco da dove arrivavano i soldi che hanno gonfiato la bolla: non certo da ipotetici forzieri casualmente scoperti in giardino, ma dalle banche del centro (Germania, Francia, Belgio,...).

Ah, sì: qui l’elettore mediano dice: “ma no, non ci hanno imposto nulla: lo abbiamo scelto noi, democraticamente!”. Bene, caro elettore mediano (tipo l’amico del tornese): torna in cima a questo post e rileggi: sono loro che ti dicono che te lo hanno imposto non democraticamente. Se non credi a me, devi credere a loro. Tertium non datur (mi dispiace per Hegel, lo teniamo in caldo per la fine del post, qui usiamo Aristotele).

Ora, per gli “economisti” alla Benetazzo, Boldrin, ecc. (mi fermo alla “B”) sembra che la crisi debitoria sia tutta colpa della famiglia spagnola (o greca, o portoghese) che ha chiesto il mutuo. Cioè, nella testa di questi economisti, il mercato finanziario funziona così: se una famiglia chiede il mutuo, la banca glielo accorda subito, senza far storie. E quindi se si fanno troppi debiti, la colpa è necessariamente del debitore che ha chiesto i soldi, e non del creditore che li ha dati, poverino. Lui sì, bisogna tutelarlo. Spagnoli cattivi...

Ma... somiglia al mondo che conoscete voi? La vostra banca è così? Be’, se vi interessa, sicuramente non somiglia al mondo che conosco io. Come si fa, come può venire in mente a una persona minimamente sensata, di equiparare il ruolo, le competenze, gli insiemi informativi, di una famiglia, a quelli di una istituzione finanziaria? Come si può credere nel mercato, se al tempo stesso non si crede che il mercato abbia il dovere di esercitare tutta la due diligence nell’allocare le risorse in modo efficiente?

Vi spiego una cosa. Vi spiego cosa sapevano le famiglie (che secondo Boldrin e Benetazzo sono le colpevoli) e cosa sapeva il mercato. Le famiglie sapevano che stavano vivendo in un’economia che cresceva al 4% medio in termini reali (Spagna 1999-2006), cioè che offriva lavoro e ottime prospettive di guadagnarsi onestamente da vivere. Perché mai non avrebbero dovuto eventualmente sobbarcarsi un mutuo, in un’economia così fiorente? Fatemi capire, il signor Benetazzo quando compra un appartamento va dal notaio con una carriola di monete? O dobbiamo pensare che tutti gli spagnoli, animati da un intento fraudolento, abbiano dolosamente contratto dei mutui che sapevano di non poter pagare? Non credo proprio.

Vi spiego anche cosa sapevano le banche. Le banche del Nord sapevano benissimo che il paese verso il quale stavano convogliando la loro liquidità aveva già da tempo superato la soglia di guardia. Lo studio, più volte citato, di Manasse e Roubini (non due sconosciuti), chiarisce che la variabile più importante per prevedere una crisi di debito pubblico è il rapporto debito estero complessivo/Pil (complessivo, cioè pubblico e privato). Nel loro campione, che comprende 54 episodi di crisi verificatesi in 47 paesi, si riscontra che nell’anno precedente una crisi questo indicatore (il rapporto debito estero/Pil) in media vale 55 punti. In Spagna li ha superati nel 2004. Ma le banche hanno continuato a prestare, e a prestare sempre di più: l’indebitamento (cioè l’aumento del debito) estero è passato a 7 punti di Pil nel 2005, 9 nel 2006, 10 nel 2007. Cioè: io so che se il tuo debito è più di 50 sto correndo un rischio... e cosa faccio? Invece di prestarti di meno, ti presto di più, sempre di più! Così, nel 2007 il debito estero della Spagna era all’84% del Pil.

Certo che in Spagna sono stati fatti investimenti improduttivi. Ma li si sono fatti perché le banche del Nord, con quello che i giuristi chiamano “dolo eventuale”, hanno scelto deliberatamente il rischio di collocare la loro liquidità in eccesso in un paese che in tutta evidenza, almeno dal 2004, si capiva che non sarebbe stato in grado di restituire tutti i soldi che prendeva. Colpa degli spagnoli? Cioè, secondo voi una famiglia, che è solo une delle migliaia di clienti di una banca, deve avere quelle nozioni di macroeconomia che in tutta evidenza, come questo post dimostra, nemmeno i “padri” della nostra “patria” “europea” posseggono? E invece le banche, che sono poche, che hanno potere di mercato, che hanno il dovere istituzionale di monitorare i progetti di investimento, e che dispongono di uffici studi, loro no, non sapevano che gioco stavano giocando?

Vedete, non è una storia nuova, è una storia vecchia, anzi, vecchissima. L’acqua del ruscello scorre sempre a valle. Ricordate?


"Cur - inquit - turbulentam fecisti mihi aquam bibenti?"
Laniger contra timens:
"Qui possum - quaeso - facere quod quereris, lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor."


Dal Nord verso il Sud scorreva la liquidità, dal lupo tedesco verso l’agnello spagnolo. E l’analisi che rigetta tutte le colpe sulle scelte dei cittadini spagnoli (o greci, o portoghesi, o italiani, o irlandesi), e che non si chiede perché il mercato finanziario abbia così platealmente fallito nel suo compito di indirizzare il risparmio verso impieghi produttivi, quando lui, il mercato, aveva tutti gli strumenti (analisti, dati, indicatori) per prendere decisioni se non corrette almeno prudenziali, ecco, questa analisi è schierata, è ideologica, è falsa.

Attenzione però: la mia non è una teoria del complotto. Non sto dicendo che “i cattivi” lo hanno fatto “apposta”. Sto dicendo però che i mercati hanno agito esattamente come Keynes dice che i mercati agiscono, cioè come nel gioco delle sedie musicali: ogni banca si è messa a danzare (cioè ha prestato) sperando di riuscire a sedersi (cioè di rientrare dei soldi prestati) quando la musica sarebbe finita (cioè quando la crisi si sarebbe manifestata). Si chiama fallimento del mercato. E dare la colpa alle famiglie, serve solo a sviare l’attenzione dal nocciolo del problema, che è quello, molto semplice, che ho esposto in Crisi finanziaria e governo dell’economia: il mercato non è in grado di allocare in modo efficiente il risparmio delle famiglie, il mercato è condannato a fallire: occorre allora che lo Stato riprenda in mano almeno in parte il circuito del risparmio. E da questo orecchio gli amici del “più Europa”, vedrai, non ci sentono...

Del resto, scusate, ma perché pensate altrimenti che i giornali ci fracassino i timpani con cose che non ci interessano, che non sono importanti, come le olgettine, il Trota, gli “scandali”... Ah, dite voi, perché la Lega era all’opposizione e quindi hanno voluto togliersela di torno? Interessante, ardita teoria. Con le canottiere del papà e la laurea del figlio la Lega si è costituita all’opposizione del buon gusto e dell’intelligenza, certo. Ma in parlamento, quando si è trattato di votare, ha sempre fatto il suo dovere, da che Monti è Monti. E allora, forse, tutto questo stucchevole can can orchestrato dal Barbapapà nazionale forse ha un altro scopo: non quello di far fuori un oppositore che non si oppone a nulla, ma quello di rafforzare nell’elettore mediano l’idea che tanto i politici sono tutti uguali, che lo Stato è corrotto, e che quindi bisogna liberalizzare, privatizzare, e darsi in mano se non proprio direttamente ai tedeschi, almeno a una oligarchia di tecnici supposti incorrotti... almeno fino a quando le esigenze del prossimo cambio di regime non sbatteranno in piazza gli scheletri che certo non mancheranno nei loro armadi!

Certo, sì, lo Stato è corrotto, e poi, noi italiani, signora mia... Con l'elettore mediano questa strategia funziona. Sapete il mio amico piddino, quello che "l'Europa ha fatto molto per la mobilità dei lavoratori"? Ecco, sì, quel fesso (scusa sai, caso mai mi leggessi, tanto te l'ho anche detto in faccia). Alla fine poi l'argomento qual è? Che anche se Monti non va bene, però la colpa è sempre di Berlusconi perché noi siamo stati costretti a chiamare Monti perché Berlusconi era impresentabile (quanti abitanti ha l'Italia? Sembra ne abbia due, dei quali uno impresentabile), e che comunque con questi scandali, col Trota, come si fa...


Ve lo ricordate? È già successo, è un film già visto. La precedente "rivoluzione democratica", quella che ci ha condotto all'euro nel modo (democratico?) che abbiamo descritto, era stata anche lei sapientemente preparata da una campagna di stampa a 360 gradi contro la classe politica. Non erano, certo no, tutti innocenti, lo sappiamo. Ma ricordiamo anche che i media davano (perché volevano darla) la sensazione che fossero tutti colpevoli. E sappiamo invece che i processi hanno reso un'immagine diversa, e sappiamo che la via "tecnocratica" imboccata anche per combattere la corruzione ("noi italiani non siamo in grado di governarci da soli, senza le regole europee sarebbe il baratro") non ha risolto nessun problema, nemmeno quello della corruzione, anche perché ha creato enormi problemi di ordine economico.

Certo, caro elettore mediano, vai, vai avanti verso il baratro, con questi begli argomenti da comare. Ma ti ricordo che alla fine sono i numeri che parlano. E i numeri, come abbiamo ricordato in questo blog, dicono che per quanto corrotto possa essere lo Stato, il totale dei default pubblici dell’ultimo decennio vale meno di uno solo dei grandi default privati. Quindi, sì, il Trota si sarà anche laureato in Albania, ma da qui ad affidare ai mercati tutti i nostri risparmi direi che ce ne corre.

E allora concludiamo tornando al punto di partenza, e ponendoci una semplice domanda: fino a quando saremo disposti ad accettare da questi simpatici Danai, i frutti del cui operato sono sotto gli occhi di tutti, ulteriori proposte geniali basate su diagnosi false? Fino a quando permetteremo a chi ha di fatto dichiarato di averci tratto in inganno, proponendoci come soluzione quello che invece era un enorme problema (l’euro), di occupare la scena politica? Perché in fondo i termini della questione sono molto semplici: il rispetto che dobbiamo a noi stessi, alle nostre famiglie, al nostro paese, alla democrazia, ci impone il dovere morale di rifiutare la logica secondo la quale noi italiani, noi europei, possiamo fare la cosa giusta solo se menati per il naso. Se non rifiutiamo ora, con decisione, questo metodo, non sappiamo dove potremo arrivare: chi ci ha imposto la camicia di forza dell’euro per indurci a un grande abbraccio paneuropeo, domani potrebbe rifilarci chissà quale altra menzogna (e di fatto, forse, lo sta già facendo), naturalmente sempre e solo per il nostro bene. Basti pensare alle tante menzogne strumentali sul ruolo della Cina nell'economia mondiale (accuratamente elencate nel mio libro). Vedete: stanno trasformando la società europea in una società di tipo statunitense, una società che ha bisogno di un nemico per ritrovare coesione e identità. Noi, certo, quale sia il nostro bene non lo sappiamo. Meno male che c’è Attali, che ci indica perché e contro chi combattere.

Ecco: solo rifiutando questa logica, e qualsiasi proposta provenga da chi confessa di averla applicata, potremo sperare di difendere qualche residuo spazio di democrazia in Europa. In inferno nulla est redemptio. E così nell’euro non ci può essere alcuna Europa. Chi propone “più Europa” per salvare l’euro sta nuovamente mentendo, lo sappia o meno. Chi ama l’Europa sa bene che questo è il momento di fare un passo indietro: reculer pour mieux sauter. Togliere l’Europa posticcia dell’euro per costruire l’Europa degli europei. Solo in Italia è ancora impossibile parlarne. Arriveremo, come al solito, in ritardo.