RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA N° 857 – 22 DICEMBRE 2012

Posted on December 22, 2012


Histria

N. 857 – 22 Dicembre 2013

                                   

Sommario

787 – Il Piccolo 18/12/12 Calano del 7% gli italiani in Croazia (Andrea Marsanich)

788 – Il Piccolo 19/12/12 In venticinquemila si dichiarano “istriani” Sono il 12 per cento (Andrea Marsanich)

789 – Il Piccolo 20/12/12 Da Spalato a Ragusa censiti 349 italiani più 705 “dalmati” (Andrea Marsanich)

790 – La Voce del Popolo 20/12/12 Speciale – Croazia: Censimento 2011 (Dario Saftich)

791 – L’Arena di Pola 19/12/12 Ricordare il passato e guardare al futuro è egualmente indispensabile per continuare ad essere (Silvio Mazzaroli)

792 – L’Espresso 17/12/12 Il regalone del Pirellone (Michele Sasso)

793 – Anvgd.it 20/12/12 Ballarin (ANVGD) risponde alle illazioni de L’Espresso (Antonio Ballarin)

794 – Il Dalmata n° 76 Novembre 2012 – al 59° Raduno dei Dalmati dubbi sull’asilo di Zara e sulla nostra Storia (Dir)

795 – Il Piccolo 19/12/12 Al via l’iter di recupero del Castello di Torre (p.r.)

796 – Il Piccolo 16/12/12 In Slovenia il bilinguismo zoppica (Franco Babich)

797 – Il Fatto Quotidiano 21/12/12 Piccola e infelice, la fiaba “italiana” della Slovenia (Elisabetta Reguitti)

798 – Il Piccolo 20/12/12 Il veto sloveno a Zagabria fa tremare l’Ue (Mauro Manzin)

799 – Panorama Edit 30/11/12 Valle d’Istria: Castel Bembo è il frutto di vent’anni di lavoro tenace e caparbio (Ardea Velikonja)

800 – La Voce del Popolo 20/12/12 Cultura – Convegno per ricordare un’epoca, 600 anni fa Buie firmò il suo atto di dedizione alla Serenissima (Daniele Kovačić)

801 – La Voce del Popolo 18/12/12 Cultura – Gianni Grohovaz da Fiume al Canada (eb)

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

787 – Il Piccolo 18/12/12 Calano del 7% gli italiani in Croazia

Calano del 7% gli italiani in Croazia

Sono meno di 18mila con un’età media di 50,3 anni. Il deputato Radin: «I giovani vanno in cerca di fortuna all’estero»

di Andrea Marsanich

FIUME. Gli italiani che vivono in Croazia sono 17 mila e 807, per un calo di 1829 connazionali rispetto al 2001, quand’erano 19.636: il 9% in meno in dieci anni. Ieri l’Istat croato ha finalmente comunicato sul suo sito web (www.dzs.hr) i dati ufficiali del censimento della popolazione, nuclei familiari e abitazioni, svoltosi nell’aprile del 2011. La diminuzione del numero di italiani residenti in Istria, Quarnero, Dalmazia e Slavonia era prevedibile, praticamente scontato, frutto non solo di una popolazione sostanzialmente vecchia – età media 50,3 anni – ma anche di un fenomeno presente soprattutto negli ultimi 20 anni: la migrazione all’estero, specie in Italia, per un lavoro meglio remunerato che in Croazia. Inoltre il censimento 2011 ha presentato una novità rispetto alla penultima inchiesta di 10 anni prima: all’epoca era accettata la doppia residenza e i connazionali all’estero potevano essere censiti anche se vivevano oltreconfine. L’anno scorso, se il tale non era a casa, niente censimento. L’Istria è come sempre la contea regina in quanto a connazionali, con 12 mila e 543 unità, il che costituisce il 6 per cento della popolazione complessiva nella Penisola.

Dieci anni prima i connazionali erano 14.284 (-1741), ossia il 7%. La regione del Quarnero conta 3429 connazionali (1,16%), nel 2001 erano 3539 (pure 1,16%) e dunque la contrazione in questa regione nord-adriatica non è consistente come in Istria. Al terzo posto nella graduatoria delle presenze dei connazionali la regione di Požega, in Slavonia, con 592 italiani. Come noto, sono i discendenti di bellunesi e pordenonesi stabilitisi in quest’area nella seconda metà del XIX secolo. Queste le presenze italiane nelle quattro contee della Dalmazia: 123 a Zara, 42 a Sebenico, 134 a Spalato e 50 a Ragusa (Dubrovnik). Il deputato connazionale al Parlamento croato e presidente dell’Unione italiana, Furio Radin, ha espresso preoccupazione per i dati emersi dall’inchiesta: «Continua un trend poco incoraggiante, che si somma al calo registrato dieci anni fa. La flessione riguarda praticamente tutte le minoranze nazionali, fatta eccezione per albanesi, rom e bosgnacchi. Gli italiani sono anziani, quelli giovani non disdegnano l’andare a vivere all’estero, mentre i matrimoni misti, che ormai riguardano l’80–90 per cento di connazionali, ci danneggiano. L’Istria poi ha avuto un boom di persone che dichiarano di essere di nazionalità istriana e sono circa 25 mila. Tra essi c’è sicuramente qualche italiano ma questa esplosione di istrianità non ci dispiace perché l’istriano, tra tutte le nazionalità o appartenenze, ci è quello più vicino. Il vistoso calo demografico delle minoranze nazionali avviene in un Paese che, nonostante i proclami e leggi ritenute addirittura le migliori al mondo, deve fare ancora tantissimo nella tutela di coloro che non appartengono al popolo di maggioranza». Ultimo dato: la Croazia ha 4 milioni, 284 mila e 889 abitanti, per una flessione rispetto al 2001 di 152 mila persone. L’età media in Croazia è di 41,7 anni, ben 2,4 anni in più rispetto al penultimo censimento.

788 – Il Piccolo 19/12/12 In venticinquemila si dichiarano “istriani” Sono il 12 per cento

In venticinquemila si dichiarano “istriani” Sono il 12 per cento

Spicca il sentimento regionale nel censimento 2011 croato Il deputato Radin: «Tra questi ci sono anche gruppi italiani»

  di Andrea Marsanich

FIUME Massiccia riscoperta dell’identità istriana nella regione a grappolo d’uva, dove al censimento 2011 l’appartenenza regionale è stata espressa da 25 mila e 491 persone, il 12,1 per cento della popolazione complessiva in questa contea altoadriatica. Al penultimo censimento, nel 2001, i paladini dell’istrianità erano stati 8865 e dunque appare evidente il forte aumento di una “etnia” che pare destinata a crescere ulteriormente in futuro. Lo stesso presidente dell’Unione italiana, Furio Radin ha voluto salutare questa esplosione di istrianità, che avrà sicuramente tolto un certo numero – si suppone non consistente – di italiani dal loro corpo minoritario. «Di tutte le altre comunità nazionali, l’appartenenza regionale istriana – ha aggiunto Radin – è quella che ci è più vicina». Radin ha rivolto un saluto anche alle 705 persone che alla voce “appartenenza nazionale” hanno detto di essere dalmati. Undici anni fa erano non più di 169.

Il calo del numero di connazionali in Croazia ha seguito il trend già evidenziato nel 2001, quando toccavano le 19 mila e 636 unità (21.303 nel 1991). Nell’ aprile dell’ anno scorso ne sono stati censiti 17.807, per un calo del 9%, causato soprattutto dalla diminuzione registrata in Istria, dove in un decennio si è passati da 14.284 a 12.543 italiani (6,03% dei residenti nella Penisola). La contrazione più accentuata è stata registrata nei capisaldi storici dell’italianità, le varie Buie (-326), Pola (-279), Umago (-403), Dignano (-116), Cittanova (-68), Albona (-92), Verteneglio (-100) e Grisignana (-112). Rovigno ha tenuto duro, grazie ai 1608 italiani, registrando una piccola flessione (-20 unità). La diminuzione nel Quarnero non è stata traumatica, considerato che poco più di un anno e mezzo fa i connazionali erano 3429 (1,16% del complessivo nella Contea litoraneo–montana), mentre nel 2001 ne erano stati registrati 3539. Un calo di 110 persone, praticamente trascurabile rispetto a quanto avvenuto altrove. La diminuzione maggiore si è avuta a Fiume (-318), che da 2736 connazionali è passata a 2445. Oltre al naturale calo demografico, ad incidere sulla contrazione è sicuramente il fatto che decine di italiani sono andati a vivere fuori città, nei comuni vicini, la qual cosa è avvenuta anche per migliaia di altri fiumani (da 144.043 a 128.624). Castua e Viskovo sono passate da 51 e 35 a 99 e 69 connazionali, numeri praticamente raddoppiati. Ad Abbazia e Mattuglie le cifre sono lievitate rispettivamente da 144 e 69 a 169 e 96 italiani.

Ancora un paio di dati: a Cherso i connazionali sono 94, ben 25 in meno nei confronti del 2001. Aumento invece a Lussinpiccolo, da 145 a 152. A Veglia non è cambiato nulla, con 21 connazionali, a Laurana erano presenti 60 italiani, ora ce ne sono 8 in più. Ritocchi all’insù anche a Buccari, Portoré, Arbe, Draga di Moschiena, Jelenje, Cavle, Kostrena e in diversi altri comuni costieri. Ultimo dato relativo alla Dalmazia: nel 2001 le sue quattro contee annoveravano 304 italiani, ora ne sono presenti 349, risultato più che positivo.

789 – Il Piccolo 20/12/12 Da Spalato a Ragusa censiti 349 italiani più 705 “dalmati”

Da Spalato a Ragusa censiti 349 italiani più 705 “dalmati”

Balzo in avanti rispetto al 2001 con un aumento del 15% La contea spalatina la più “popolata”, seguita dalla zaratina

di Andrea Marsanich

SPALATO Tra i fondatori della Comunità degli Italiani di Spalato, Mladen Culic Dalbello ha più volte sostenuto la necessità di mantenere in vita la residua fiammella dell’italianità in Dalmazia. Spulciando i dati del censimento tenutosi nell’aprile 2011, bisogna dire che questa fioca luce riesce a resistere ai venti contrari ed anzi esce rafforzata da un’inchiesta che ha confermato come la presenza dei connazionali nella regione adriatica non sia in calo ma addirittura in aumento rispetto a 10 anni fa.

Dopo tanti anni non è possibile aspettarsi numeri a quattro cifre, ma è comunque rilevante il passaggio dai 304 italiani del 2001 ai 349 dell’anno scorso, aumento di poco superiore al 15%. All’epoca del penultimo censimento, nella Contea di Spalato erano stati registrati 114 italiani, 109 in quella di Zara e poi 51 a Ragusa (Dubrovnik) e dintorni, con la regione sebenzana a chiudere la classifica (30). Il censimento 2011 ha evidenziato un solo decremento, nella regione ragusea, con 50 italiani. Il calo è dunque trascurabile, mentre invece la contea spalatina vanta 134 italiani, la zaratina 123 e la sebenzana 42.

Il maggior numero di connazionali nella regione di Spalato, 83, è concentrato logicamente nella città di Diocleziano, 11 in più rispetto agli inizi del Duemila. La seconda posizione in contea è appannaggio di Traù con 10 italiani, mentre Lesina città, Solta e Bascavoda dividono la terza piazza con 5 presenze a testa. Pallide chiazze tricolori anche a Brazza. Zara ha resistito in questo decennio grazie a 90 connazionali (89 nel 2001), con punte di 5 italiani a Pago città e 3 a Bibigne, Brevilacqua (Privlaka), Skabrnja e Stankovci. In riferimento alla contea di Ragusa, va citata la contrazione nel capoluogo, dove si è passati da 36 a 27 connazionali. Curzola città ne ha 4, come pure Vallegrande (Vela Luka), mentre a Lagosta, un tempo nel Regno d’Italia, ve ne sono 5.

La “cenerentola” della graduatoria, il Sebenzano, ha 16 italiani nel capoluogo (13), 8 a Vodizze e 5 ciascuno a Stretto (Tisno) e addirittura a Tenin (Knin). Interessanti da rilevare anche le 3 presenze nel comune di Murter – arcipelago delle Incoronate. Ultima nota le 705 persone che si sono dichiarate di nazionalità dalmata, mentre un decennio prima tale cifra non superava le 200 unità. Nelle regioni dalmate sono così distribuite: 75 nello Zaratino, 106 nel Sebenzano, 396 nello Spalatino e 49 a Ragusa e circondario. Fanno 626 dalmati, i rimanenti si trovano in diverse altre contee del Paese.

790 – La Voce del Popolo 18/12/12  Speciale Censimento croato 2011 – Furio Radin: una flessione preoccupante

Sono in calo tutte le comunità nazionali storiche e questo indubbiamente dà vita a un problema politico

Furio Radin: una flessione preoccupante

Un calo numerico sicuramente preoccupante, quello degli appartenenti alla Comunità nazionale italiana al censimento del 2011, perché si aggiunge anche alla flessione già registrata al rilevamento della popolazione del 2001.

Lo sottolinea, nel suo primo commento a caldo sui risultati del censimento, il presidente dell’Unione Italiana e deputato della CNI al Sabor, Furio Radin, che rileva l’esigenza di prendere in considerazione sia l’esito del rilevamento per  quanto concerne gli italiani, sia per quanto riguarda le comunità nazionali nel loro insieme in Croazia.

Manca un italiano su sei

Negli ultimi vent’anni – evidenzia l’on. Radin – è venuto a mancare  all’appello un italiano su sei. Le ragioni sono molteplici. Alcune sono di carattere esclusivamente  demografico. Siamo infatti una comunità anziana e in quanto tale la flessione va vista in un ambito globale. Il calo è preoccupante anche in quanto tale perché sembrerebbe essere un nostro difetto irrecuperabile.

D’altro canto però bisogna parlare pure dei matrimoni misti, pur non disponendo di dati accurati. Stando a una ricerca  effettuata nel 1970 erano attorno al 70 p.c. Ora saranno tra l’80 e il 90 p.c. Sono ormai rari i matrimoni tra due connazionali.    Nei matrimoni misti è chiaro che i figli tendono ad avere l’identità nazionale del padre  oppure quella della madre.

Ritengo quindi che le ragioni fin qui esposte siano presenti e  importanti, ma sottolineandole eccessivamente potrebbe sembrare che il problema sia irresolubile. La flessione diviene però un fattore politicamente significativo quando si considera anche il calo demografico delle  altre minoranze.

Innanzitutto dei serbi, di cui si diceva che fosse in atto un efficace processo di   rientro alle proprie case dopo l’esodo degli anni Novanta. Ma invece di un aumento del numero degli appartenenti derivante dal ritorno in Croazia dei profughi si registra comunque una flessione.

Inoltre tutte le altre comunità  nazionali storiche registrano pure una diminuzione del numero dei loro appartenenti.  Gli unici che segnalano un incremento demografico sono i bosgnacchi, i rom e gli albanesi.

Quello dei bosgnacchi però è un aumento virtuale, nel senso che finora erano divisi in due tronconi, bosgnacchi e musulmani. Essendo sparita nel frattempo la categoria nazionale dei musulmani, quelli che si dichiaravano in tal modo secondo la prassi in vigore nell’ex Jugoslavia, ora si identificano come bosgnacchi.

Si nota inoltre un aumento consistente del numero dei rom  e degli albanesi. Ma questo va  ricondotto al numero dei figli e al fatto che forse in precedenza  non ritenevano opportuno dichiarare apertamente la loro  appartenenza nazionale.

L’elemento di fondo è che sono in calo le etnie storiche e questo crea indubbiamente un problema politico, rileva sempre Radin.

La prassi lascia a desiderare

Al di là dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, stando alle quali gli standard e le leggi  croate in materia di tutela delle comunità nazionali sono i migliori in Europa se non nel  mondo, nella prassi si vede che questa è ancora una regione (e il riferimento qui è all’ex Jugoslavia) in cui l’identità nazionale resta un problema. Come del resto è stato per tutto il ventesimo secolo, causando tragedie su tragedie.

Interessante rilevare, a sostegno di questa tesi, che dal 1945 a oggi mancano all’appello un milione di appartenenti a quelle che sono oggi comunità minoritarie in Croazia, sommando italiani,  tedeschi e serbi. Questo la dice  lunga su quanto un paese di quattro milioni e rotti di abitanti abbia perso in fatto di ricchezza culturale, linguistica e in ultima analisi pure economica.

Oggi sono diversi gli intellettuali croati che si rendono conto di tale perdita. E tutto questo che fa sì che il problema assuma connotati politici, sottolinea il deputato.

Per quanto concerne gli italiani, la flessione maggiore si registra in Istria, mentre è molto  più contenuta nella Regione  litoraneo-montana. La flessione più marcata in ambito istriano  è quella nell’ex zona B. Uno dei fattori che determinano il nostro calo demografico è dunque rappresentato anche dal trasferimento di connazionali in Italia per ragioni di lavoro. La  fascia confinaria è chiaramente quella più interessata da questo fenomeno.    Secondo me questa è stata una ragione pure del calo degli italiani nel  2001. Indubbiamente è ancora preoccupante il fatto che ad  andare in Italia siano i giovani.

Queste cose non vanno dette per cercare giustificazioni, ma per creare i presupposti per rendere questo problema evidente. Se  una causa della flessione, quella  dell’alto tasso di anzianità della popolazione italiana, non presenta antidoti, alle altre si potrebbe porre rimedio con una  buona politica economica e con una politica migliore in genere nei confronti del problema nazionale.

Infine va sottolineata la valenza positiva del fatto che si registrano al censimento 25.000 dichiarati  istriani. Va tenuto conto che la dichiarazione nazionale di tipo  regionale non stava nel tabellino  del rilevamento: il censito doveva  insistere perché fosse inserita dal  rilevatore.

Gli istriani, tra tutte le  identificazioni, sono sicuramente quella più filoitaliana e di questo non possiamo che essere contenti, anche se una piccola parte probabilmente proviene dal nostro tessuto minoritario.    Salutiamo pure i 705 dichiarati  dalmati, perché le identità regionali per noi sono importanti.

Va detto ancora che va fatta un’analisi accurata dei risultati per trovare rimedi al calo demografico. Nel 1991 eravano passati da 11mila a 21mila. Oggi  paradossalmente siamo ritornati  molto vicini al numero degli italiani censiti al rilevamento del 1971, conclude Furio Radin.

Dario Saftich

791 – L’Arena di Pola 19/12/12 Ricordare il passato e guardare al futuro è egualmente indispensabile per continuare ad essere

Ricordare il passato e guardare al futuro è egualmente indispensabile per continuare ad essere

Cari Lettori, anche quest’anno, come succede ormai da 10 anni, accingendomi a scrivere l’editoriale di fine anno, sono andato a riguardarmi tutte le cose che abbiamo fatte e di cui vi abbiamo costantemente e dettagliatamente tenuti informati negli ultimi 12 mesi; in particolare, la rivisitazione del più recente passato è questa volta partita dalla rilettura del mio editoriale di dicembre 2011. Esso – come spero ricorderete – si concludeva con un incitamento: “Non abbiate paura di avere coraggio!”. Ebbene, è con orgoglio che mi sento di dire che noi del Libero Comune di Pola in Esilio il coraggio di procedere sulla strada che avevamo imboccata l’abbiamo avuto. Non c’è venuto meno nonostante le critiche piovuteci addosso, abbondantemente compensate però da espressioni di condivisione e stima, e gli intoppi manifestatisi durante il cammino, superati però con determinazione ed onestà dichiarando apertamente e deplorando ciò che non era andato nel modo auspicato ed esprimendo apprezzamento e soddisfazione per chi e quanto ci aveva consentito di raggiungere gli obiettivi che ci eravamo dati.

Ma qual è la strada di cui stiamo parlando? Forse, per chi è più distratto o meno ci ha creduto e, soprattutto, per chi ci legge non essendo uno di noi, è il caso di ricordarlo. È la strada del ritorno nella nostra terra; un ritorno senza tracotanza ma “responsabile”, da attuare cioè con la convinzione e la consapevolezza che ciò che si sta cercando di fare è esercitare un semplice ma fondamentale diritto; un diritto che ci viene per nascita e per aver la nostra gente fatto, o quantomeno contribuito in larga misura a fare, la Storia (non a caso scritta con l’S maiuscola) di quelle contrade; un diritto il cui esercizio ci è stato sin troppo a lungo impedito ma di cui i tempi che attraversiamo ci danno l’opportunità di riappropriarci per avere domani non solo un passato da ricordare bensì, anche e soprattutto, un futuro da costruire e vivere.

Passato e futuro, appunto, ovvero gli estremi temporali entro i quali si dipana il nostro vivere quotidiano e che sono egualmente indispensabili per il nostro essere, per il nostro continuare ad esistere. Il passato, fatto di ricordi, deve esserci ed è importante; lo è a livello individuale perché ricordandoci da dove veniamo ci fa capire chi siamo; lo è a livello collettivo perché su di esso si configura il sentimento d’identità che discende dal sentirsi coralmente partecipi di una storia comune. Lo è anche, e forse soprattutto, perché senza un passato non può esserci nemmeno un futuro. La continuità tra passato, presente e futuro può apparire naturale ma assolutamente non è scontata. È una catena che può interrompersi in qualsiasi momento. Perché ciò non succeda è necessario che i ricordi non siano visti esclusivamente come una fotografia, una lapide, un qualcosa, insomma, di immobile ed immutabile; devono, bensì, essere rielaborati secondo le epoche, le scoperte e, più in generale, gli insegnamenti che ci vengono dalla vita di ogni giorno. Hanno bisogno, in particolare, di elaborazioni che siano fiduciose, propositive, volte al futuro e che offrano ai giovani campi d’azione in cui essi possano applicare non solo quanto appreso dal passato bensì, in primo luogo, la loro volontà ed i loro interessi. In caso contrario, i giovani finiranno con il rimuovere i ricordi – che sono in primo luogo i nostri, non i loro, ricordi – e un domani noi saremo senza un passato ed, a maggior ragione, senza un futuro. È un pericolo che dobbiamo assolutamente scongiurare.

Non è e non sarà facile. Per riuscirci è necessario approcciare il nostro passato da un punto di vista diverso da quello sinora usato; un punto di vista sostanzialmente inedito, privo della parzialità e faziosità che per anni hanno contraddistinto la memoria di chi ha sin qui raccontato, per lo più in maniera soggettiva, la storia dei confini orientali d’Italia, senza minimamente considerare l’esistenza e le ragioni dell’altro. In diversi libri che ci riguardano, scritti anche da gente “non nostra” ma che ci è vicina ed amica, ho recentemente e ripetutamente trovato espresso un concetto che recita, grosso modo, così: non possiamo sperare di avere un futuro se non chiudiamo i conti con il passato. Non è più l’ora di giudicare, di processare e condannare i colpevoli però non è troppo tardi per sapere e capire ciò che realmente è successo.

Siamo consapevoli e convinti che fatti traumatici come quelli da noi vissuti non possono essere né dimenticati né rimossi. Non lo vogliamo fare e non vogliamo che siano altri a farlo. Per questo capiamo anche quanti non la pensano come noi e relativamente al cui modo di pensare e di fare c’è solo da chiedersi dove pensino ed intendano andare agendo in tal guisa. Rielaborare la memoria non significa affatto dimenticare bensì esattamente il contrario. Significa renderla viva e di più facile accesso anche da parte di chi quei fatti non li ha vissuti, ovvero diffonderla anche e soprattutto fuori del nostro ambito ed ancora, se non condivisa, renderla quantomeno più partecipata. È questo un modo di vedere le cose che mi sembra essere ormai piuttosto diffuso e che non vedo l’utilità di contrastare. La pensa così il mondo della politica, quella costruttiva, le cui logiche, per quanto confacenti ai nostri propositi, non sempre sono coincidenti con le nostre; la pensa così una gran parte del nostro mondo associativo; la pensa ancora così, ed è forse quella che più fa presa sulla gente comune, il mondo della cultura e della letteratura ed echi di questo modo di vedere le cose si incominciano ad avvertire anche sull’altro versante dei nostri confini e non solo tra i nostri connazionali.

Mi sembra che tutto questo sia positivo e di buon auspicio, che apra uno spiraglio all’eventualità che le cose possano effettivamente cambiare. Ho voluto finire così questo mio editoriale perché se è vero che esso chiude un anno vissuto intensamente e con coerenza, dando anche qualche buon frutto, altrettanto lo è che esso apre un anno nuovo e che per procedere sono necessari speranza e ritrovati entusiasmi.

Auguro a tutti un Buon Natale e che il 2013 sia per ognuno foriero di soddisfazioni.

Silvio Mazzaroli

792 – L’Espresso 17/12/12 Il regalone del Pirellone

Sprechi

Il regalone del Pirellone

di Michele Sasso

Alla faccia dello scandalo, il bilancio 2013 appena varato regala ai super-indagati consiglieri lombardi altri due milioni e mezzo di euro. Tra spese di missione anche quando stanno fermi,rimborsi di libri e studi sull’Istria, il parlamentino costerà oltre 68 milioni

E’ il consiglio regionale con il record di indagati (28 su 80) ma è riuscito a farsi un bel regalo: altri due milioni e mezzo extra per le sue attività. E non è che di soldi ne avessero pochi: nel 2012 il parlamentino del Pirellone era già costato 66 milioni di euro. Alla faccia della spending review per il prossimo anno si sono però concessi un ritocco verso l’alto del quattro percento.

Il che significa un costo per i contribuenti di 850 mila euro per ognuno dei consiglieri. Gli stessi che in questi giorni sono protagonisti degli scandalosi rimborsi per sigarette, lecca-lecca, munizioni e cocktail, fatti passare per “spese istituzionali” dalla Lega e Pdl.

Il bilancio 2013, ultimo dell’era formigoniana, è stato appena approvato dalla maggioranza degli inquisiti e prevede un totale di 68,5 milioni. Nelle voci di spesa anche più di 4 milioni per le “missioni” dei consiglieri in tutta la Regione: un rimborso mensile di 3.525 euro che vengono pagati anche se i politici se ne stanno a casa. Perché quando si muovono la benzina se la fanno rimborsare a parte: 866 mila euro. Tra le spese contestate dalla Guardia di Finanza alla ex consigliera Pdl Nicole Minetti c’è anche l’acquisto del libro «Mignottocrazia». Incredibile? Queste e altre uscite vengono rendicontate grazie a un contributo “per attività di informazione e comunicazione” di 1 milione e 473 mila euro: sono 1.535 euro al mese per ognuno degli 80 consiglieri.

Non è tutto, ogni anno si spendono 2,5 milioni per la loro diaria: altri 2.588 euro mensili a titolo di rimborso per la presenza in Consiglio o nelle commissioni, stessa cifra per la portineria, vigilanza, pulizia, facchinaggio e traslochi. Sono invece 7 milioni 250 mila euro i costi per gli assegni vitalizi dei politici passati dal Pirellone e andati in pensione. Ma nel bilancio del Consiglio si trovano alcune sorprese. Il Corecom (Comitato Regionale per le Comunicazioni) ha l’incarico di garante sul sistema delle comunicazioni regionali. Uno dei suoi compiti è il controllo delle emittenti televisive e radiofoniche che devono garantire il pluralismo, attraverso la parità di trattamento e l’obiettività nei programmi di comunicazione politica.

793 – Anvgd.it 20/12/12 Ballarin (ANVGD) risponde alle illazioni de L’Espresso

Ballarin (ANVGD) risponde alle illazioni de L’Espresso

Michele Sasso su L’Espresso ha dedicato un articolo alle spese “allegre” della Regione Lombardia, ma mai ci si sarebbe aspettati che si esprimesse in questi termini, che qui riportiamo, sulla legge regionale dedicata alla memoria delle vicende storiche del confine orientale:

“Cosa c’entrano le “vicende delle popolazioni giuliano-dalmata-istriano” con il Pirellone che sta quattrocento chilometri più a Ovest di Trieste? Apparentemente nulla, ma ogni anno la Regione Lombardia stacca un assegno da 100 mila euro per acquisti di beni e servizi legati alla memoria degli esuli istriani.”

A queste parole ha risposto fermamente il Presidente nazionale ANVGD Antonio Ballarin, in una circostanziata lettera al diretto del settimanale.

Roma, 19 dicembre 2012

Al Direttore de “l’Espresso”

Dott. Bruno Manfellotto

Egregio Direttore

Le scrivo in relazione all’articolo di Michele Sasso: Il regalone del Pirellone, pubblicato il 17 dicembre 2012 sul sito de “L’Espresso”, tra le spese ingiustificate viene citato anche lo stanziamento a favore delle iniziative volte a ricordare le «vicende delle popolazioni giuliano-dalmata-istriano», delle quali l’articolista evidentemente ignora pressoché tutto se scrive «cosa c’entrano le “vicende delle popolazioni giuliano-dalmata-istriano” con il Pirellone che sta quattrocento chilometri più a Ovest di Trieste?».

È semplicemente vergognoso che una persona dal livello culturale decisamente elevato, come è un giornalista della sua prestigiosa testata, non comprenda il concetto stesso di Memoria e come per di più, la usi, travisandola, in maniera strumentale a fini che nulla hanno a che fare con la storia della nostra Nazione, confondendo malignamente rimborsi con fondi per borse di studio ed attività culturale con attività politica.

Lasciare ad intendere che gli stanziamenti della Regione Lombardia “per l’affermazione dei valori del ricordo del martirio e dell’esodo giuliano-dalmata-istriano” (Legge Regionale 14 febbraio 2008 n. 2) siano un insulto al ‘cost cutting’ in corso (o ‘spending review’ come mielosamente utilizzato nell’uso comune), significa non comprendere che la Memoria condivisa, per cui tanto si prodiga la stessa Presidenza della Repubblica, non è un mero e vago sentimento, ma un impegno educativo concreto.

Desidero ricordare un passaggio dell’intervento del Presidente Giorgio Napolitano nel corso della commemorazione al Quirinale del 10 Febbraio di quest’anno: «Impegnarsi a coltivare la memoria e a ristabilire la verità storica è stato giusto e importante. Si è posto fine a “ogni residua congiura del silenzio – come già dissi lo scorso anno – a ogni forma di rimozione diplomatica o di ingiustificabile dimenticanza rispetto a così tragiche esperienze”». Ed ancora il Capo dello Stato nel 2007: «Da un certo numero di anni a questa parte si sono intensificate le ricerche e le riflessioni degli storici sulle vicende cui è dedicato il “Giorno del Ricordo”: e si deve certamente farne tesoro per diffondere una memoria che ha già rischiato di esser cancellata, per trasmetterla alle generazioni più giovani, nello spirito della stessa legge del 2004».

La legge istitutiva del Giorno del Ricordo (30 marzo 2004 n. 92), approvata pressoché all’unanimità dal Parlamento italiano, sanciva finalmente di rilevanza nazionale – avendola con ciò riproposto all’opinione pubblica, dopo sessant’anni di silenzio –, la memoria dei tragici eventi che colpirono la Venezia Giulia e la Dalmazia con l’occupazione jugoslava e il conseguente esodo di 350.000 italiani, autoctoni, di ogni ceto sociale e orientamento politico.

In quest’ ottica, l’istituzione nel 2009, presso il Ministero della Pubblica Istruzione, del Gruppo di Lavoro sul confine orientale attribuisce un valore altamente significativo all’impegno intrapreso nei riguardi delle giovani generazioni.

L’articolo 3 della Legge Regionale del 2008 su citata, indica le finalità del dispositivo, «di promuovere tra le giovani generazioni la diffusione del sentimento di appartenenza alla Patria e la valorizzazione dei principi di libertà, democrazia ed unità nazionale sanciti dalla Costituzione, favorendo una maggiore conoscenza delle radici storiche e culturali della Repubblica».

Inoltre, sono chiaramente enunciate le iniziative che rientrano nella Legge lombarda:

«a) la pubblicazione di studi, ricerche e saggi, raccolta di materiali e testimonianze in ordine alle vicende del martirio e dell’esodo giuliano-dalmata-istriano e dell’insediamento delle loro comunità in Lombardia;

b) le iniziative volte a diffondere fra i giovani, nella scuola e nei luoghi di lavoro, la conoscenza storica della tragedia del martirio e dell’esodo giuliano-dalmata-istriano;

c) l’allestimento di mostre e l’organizzazione di convegni di studio e di pellegrinaggi nei luoghi della memoria, sia nelle terre rimaste sotto la sovranità della Repubblica italiana sia, in quanto possibile, nelle terre assoggettate alla sovranità della Repubblica di Slovenia e della Repubblica di Croazia;

d) i concorsi mediante premi e contributi a tesi di laurea, opere letterarie, cinematografiche e teatrali;

e) le manifestazioni celebrative sia nel territorio lombardo sia nelle località giuliane, dalmate e istriane, teatro di episodi significativi della tragedia giuliano-dalmata-istriana, con il coinvolgimento delle associazioni, circoli e comitati comunque denominati Giuliano-Dalmati presenti sul territorio lombardo».

Ed ancora, l’Art. 3 prevede un concorso annuale riservato agli studenti delle scuole secondarie di primo e di secondo grado della Lombardia, «Il sacrificio degli Italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia: mantenere la memoria, rispettare la verità, impegnarsi per garantire i diritti dei popoli»; il bando di concorso «è indetto e comunicato a tutte le scuole secondarie di primo e di secondo grado della Lombardia entro il 30 novembre di ogni anno», e «la proclamazione dei vincitori è effettuata il giorno 10 Febbraio di ogni anno, in occasione della celebrazione del ‘Giorno del Ricordo’».

Gli studenti vincitori del concorso ed i loro accompagnatori sono premiati con un viaggio sui luoghi-simbolo della storia, secondo itinerari predisposti annualmente, con visite al Sacrario di Redipuglia e alle Foibe di Basovizza e Monrupino, nonché agli altri luoghi simbolo della tragedia giuliano-dalmata-istriana.

Questi programmi – al pari di altre iniziative assunte da diverse Regioni italiane che si sono date analoghe leggi – discendono da una sia pur tardiva assunzione di responsabilità e di consapevolezza dell’intera classe politica nazionale nei confronti di una comunità, quella degli italiani originari dai territori ceduti all’ex Jugoslavia, che per oltre sei decenni ha subito in patria l’ostracismo del silenzio, determinato da convenienze interne ed internazionali, e che ha pagato con i propri beni i debiti di guerra contratti dall’Italia intera, non solo dalla Venezia-Giulia.

Il giornalista ‘dimentica’ che dall’istituzione del Giorno del Ricordo discendono i successivi provvedimenti legislativi volti a promuovere le iniziative di tutela e di divulgazione della storia e della cultura giuliano-dalmata e destinati sia alle associazioni in Italia sia alle Comunità italiane autoctone nell’Istria, nel Quarnero e nella Dalmazia, oggi soggette alla Slovenia e alla Croazia.

In ultimo, è doveroso ricordare quanti, tra gli Esuli italiani, hanno contribuito nel dopoguerra alla rinascita della società civile e dell’economia in quella Lombardia (lontana più di quattrocento chilometri dalla terra natale) alla quale hanno dato enorme lustro: Ottavio Missoni, profugo da Zara, e Mila Schön, da Traù (Dalmazia), per l’alta moda; Nino Nutrizio, da Traù, storico direttore de ‘La Notte’, per il giornalismo; Fulvio Bracco, di Neresine (isola di Lussino), fondatore dell’omonima Azienda farmaceutica e diagnostica, assurta a leader di dimensioni internazionali. Questi nomi, a titolo puramente esemplificativo, bastano per riconoscere un nesso tra la Regione e le vicende dell’esodo giuliano-dalmato.

Chiedesi il legame tra una vicenda storica negata ed oggi coscienza civile e le attività sancite da leggi promulgate dalle stesse Istituzioni, rammarica e ferisce la memoria ed il ricordo di tante persone, di tante vicende umane, di tante donne e uomini che non solo in Lombardia ma in tutte le altre regioni di Italia (partendo da 109 terribili campi profughi) hanno ricostruito la loro vita con estrema dignità e senza chiedere nulla, pur avendo perso tutto per conservare la loro vita e la loro italianità.

Dopo tanti anni, interventi come quelli di Michele Sasso ci umiliano ancor più profondamente e screditano la testata da Lei diretta.

Antonio Ballarin, presidente nazionale ANVGD

794 – Il Dalmata n° 76 Novembre 2012 – al 59° Raduno dei Dalmati dubbi sull’asilo di Zara e sulla nostra Storia

VENGONO AL PETTINE MOLTI NODI CHE CI PORTIAMO DIETRO DA 60 ANNI

AL 59° RADUNO DEI DALMATI DI SENIGALLIA DUBBI SULL’ASILO DI ZARA E SULLA NOSTRA STORIA

Il cons. Donatella Bracali Paparella propone che il prossimo raduno si svolga a Zara e la costituzione di un pool di avvocati per difendere il diritto alla proprietà delle nostre case

Apriamo un dibattito su Tito, sul nazional-comunismo jugoslavo, sulla censura per cancellare gli esu­li attuata dal regime consociativo Dc-Pci e sull’an­tifascismo che occultava le responsabilità della Re­sistenza sulla pulizia etnica

Come fanno gli Esuli di Pola, Albona, Rovigno e Fiume, an­che il 60° Raduno nazionale dei Dalmati potrebbe svolgersi in Dalmazia e – se ci saranno le condizioni adatte – probabil­mente, a Zara.

Ma il primo convitato di pietra del 59° Raduno dei Dalmati di Senigallia è stato l’Asilo di Za­ra, che sembrava pronto per es­sere inaugurato a settembre. Non è stato purtroppo così e rimandiamo il lettore alle spie­gazioni fornite dal Presidente dell’Unione italiana di Fiume Maurizio Tremul che non tutti hanno interpretato allo stesso modo. Non se n’è potuto discu­tere in Consiglio comunale per­ché Tremul ha fatto la sua lun­ga relazione alla fine della se­duta. Fortunatamente il Sinda­co ci ha mandato un riassunto dell’intervento, che pubbliche­remo però integralmente sul si­to www.dalmaziaeu.it perché leggendolo ognuno potrà inter­pretarlo al meglio. Sono sorte sull’argomento due…. scuole di pensiero: una si dice certa di aver capito che l’Asilo non si farà, mentre l’altra si dice cer­ta di aver capito che si aprirà a gennaio. Chi vivrà vedrà. Per quanto riguarda la Giornata della Cultura dalmata presiedu­ta da Chiara Motka, dedichere­mo gran parte del prossimo Dalmata letterario che – se avremo fiato e schei – cerchere­mo di far uscire entro l’anno af­finché voi, poste permettendo, possiate leggerlo a fine gen­naio.

Quello di Senigallia è stato un raduno denso e due giorni di discorsi non sono stati suffi­cienti per esaminare tutti i pro­blemi che sono esplosi in que­sti ultimi mesi. Li affrontere­mo nei prossimi numeri del giornale, nei quali esaminere­mo le diverse e contrastanti in­terpretazioni della nostra storia, comprese quelle che ci hanno un tantino sorpreso.

Il secondo convitato di pietra era rappresentato invece da molte inedite domande: siamo stati espulsi dai partigiani co­munisti jugoslavi di Tito, se­condo un piano di pulizia et­nica o questo termine è sba­gliato, perché si richiama al concetto di genocidio?Oppu­re vi è stato solo un problema ideologico, legato al comuni­smo di Tito ed il termine che abbiamo usato per decenni era sbagliato e grossolano, per cui va sostituito con altro termine più generico come “epurazione preventiva?” Oppure il nazio­nalismo slavo ed il comunismo si sono fusi insieme per l’occasione? È il caso di ripar­lare dell’alto ufficiale del Re­gno di Jugoslavia Vasa Cubri- lovic che preparò il piano per il genocidio attuato dagli jugoslavi prima ai danni degli albanesi e poi anche in Dalmazia nei confronti degli italiani già ne­gli anni 1921-1941? E’ vero che nei nostri confronti, nel pri­mo dopoguerra, fu posto in atto il piano Cubrilovic con molta cautela, perché il fascismo rea­gì con decisione arrivando a nominare il senatore del Regno d’Italia Antonio Tacconi Fede­rale del Partito nazionale fasci­sta della Spalato jugoslava (!) per tutelare i fratelli “rimasti” di allora? Ha un significato che il Cubrilovic, teorico della puli­zia etnica del Regno di Jugos­lavia, sia stato nominato anche Ministro della Repubblica po­polare federativa socialista ju­goslava di Tito? o è meglio la­sciar perdere?

Crediamo nel Libero comune di Zara in Esilio – Dalmati ita­liani nel Mondo, nel Dalmata e nella Rivista Dalmatica che consentiranno a tutti, anche ai non dalmati e ai neonegazioni- sti, di confrontarsi serena­mente su questi temi a condi­zione che non ci si chieda di cancellare i primi due esodi dei Dalmati italiani attuati dall’Im­pero austro-ungarico e dal Re­gno di Jugoslavia, che comuni­sti non erano, solo perché smentiscono la tesi dell’epura­zione ideologica che svolse si­curamente un ruolo ma del tut­to secondario e limitato nel tempo. Possiamo ancora chie­derci chi programmò il silenzio imposto per oltre mezzo seco­lo  dal regime consociativo DC-PCI con il colpevole si­lenzio di tutti i giornali e dei docenti universitari dell’Italia democratica, libera…. indipen­dente . nata dalla “Resistenza”

Dir

795 – Il Piccolo 19/12/12 Al via l’iter di recupero del Castello di Torre

BENI CULTURALI

Al via l’iter di recupero del Castello di Torre

L’intervento partirà dal restauro del tetto. In futuro l’immobile ospiterà la sede del Municipio

  PARENZO Finalmente qualcosa si sta muovendo per il restauro del Castello di Torre località nell’entroterra, che assieme al borgo di Abrega dal 2006 forma un comune a se stante con poco più di 2.000 abitanti. Più che di un castello da anni in condizioni di forte degrado, si potrebbe parlare di un palazzone, uno dei maggiori edifici profani dell’area parentina. Ebbene come annuncia il sindaco peraltro di nazionalità italiana Nivio Stojni„, prima di Capodanno verranno aperte le offerte pervenute alla gara d’appalto per l’esecuzione della prima fase dei lavori che quindi inizieranno a gennaio. Per la precisione entro sei mesi verrà completamente ricostruito il tetto inclusi i due camini, fino al cornicione. Come costi si parla di 150.000 euro per il quale il Comune ha già richiesto un credito bancario. Nelle due fasi successive di cui è difficile ipotizzare il tabellino di marcia considerata la crisi finanziaria, il castello verrà completamente restaurato. La sua funzione primaria sarà quella di palazzo comunale, per la precisione gli uffici troveranno posto al primo e secondo piano. Nel sottotetto invece sarà ricavata una grande sala polivalente.

Il primo piano invece comprenderà l’Ente turistico comunale, un info point nonché spazi espositivi e di vendita da cedere in affitto. La superficie del castello è di 1200 metri quadrati ripartita su 3 piani. Una facciata è adiacente al nuovo e moderno edificio della Comunità degli italiani di cui è imminente l’inaugurazione. L’altra invece guarda su un parcheggio in terra battuta, che però verrà trasformata in piazza in grado di ospitare varie manifestazioni all’aperto. Qualche cenno storico sul Castello, che non ha grandissimo valore culturale e architettonico. Risale al 19esimo secolo ma il suo percorso attraverso il tempo è scarsamente documentato, alcuni anziani del posto ricordano che sia appartenuto alla famiglia De Freschi, forse partita in esilio nel primo dopoguerra. Poi è stato nazionalizzato e affidato all’azienda agricola Agrolaguna di Parenzo che aveva ricavato al pianterreno un oleificio in attività fino agli anni ’90. Nel 2006 è stato acquistato dal Comune per la simbolica cifra di una kuna. (p.r.)

796 – Il Piccolo 16/12/12 In Slovenia il bilinguismo zoppica

In Slovenia il bilinguismo zoppica

I lavori della Commissione per le nazionalità al Parlamento di Lubiana

di Franco Babich

LUBIANA Il bilinguismo, nelle aree in cui vivono le minoranze italiana e ungherese, continua a zoppicare. La Commissione per le nazionalità del Parlamento sloveno ha fatto ieri il punto sull’attuazione dei diritti linguistici delle due comunità, specie negli uffici della pubblica amministrazione. I deputati, all’unanimità, hanno invitato il governo a provvedere alla traduzione – e alla pubblicazione sui siti internet – di tutti i moduli di cui i cittadini nelle aree bilingui possono aver bisogno, e di renderli accessibili alle parti sin dall’inizio dei vari procedimenti amministrativi, senza che le persone di madrelingua italiana (o ungherese) debbano chiedere appositamente che la comunicazione con gli organi della pubblica amministrazione avvenga nella loro lingua. Al governo è stato chiesto anche di provvedere alla formazione del personale amministrativo nelle aree bilingui, che nel contatto con le parti deve conoscere anche la lingua della minoranza. Resta aperta la questione dei notai, che spesso possono offrire i servizi in italiano solo con l’aiuto dell’interprete, anche se operano in un’area ufficialmente bilingue, come i comuni di Capodistria, Isola e Pirano. L’attuazione dei diritti linguistici sarà inserita nella nuova legge quadro sulle comunità italiana e ungherese, attualmente in fase di preparazione. Il testo della normativa sarà pronto entro la fine di marzo. C’è voluto più tempo del previsto, è stato spiegato nel corso della riunione, perché si tratta di una legge complessa, che comprenderà sia alcune novità nel campo dei diritti minoritari, sia una serie di norme che dovrebbero garantire l’attuazione di leggi che già esistono, ma il cui rispetto, in questi anni, si è rivelato carente. La nuova legge quadro dovrebbe contenere anche delle soluzioni migliori per permettere alle minoranze di crearsi una propria base economica partendo dai mezzi che sono stati ricavati dalla privatizzazione dell’ex proprietà sociale, e destinati allo sviluppo del territorio. La Commissione ha infine inviato una lettera alla direzione della Radiotelevisione di Slovenia invitandola a mantenere inalterati i programmi in lingua italiana e ungherese nonostante la riduzione del canone, prevista nel 2013.

797 – Il Fatto Quotidiano 21/12/12 Piccola e infelice, la fiaba “italiana” della Slovenia

Piccola e infelice, la fiaba “italiana” della Slovenia

ANCHE OGGI MANIFESTAZIONI DI PROTESTA NEL PAESE A RISCHIO DEFAULT. LA MANCANZA DI FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI È TOTALE

di Elisabetta Reguitti

PASSAPAROLA -  I sit-in, soprattutto tra i giovani, vengono organizzati sul web I timori degli imprenditori che hanno spostato le fabbriche oltreconfine

I giornalisti della tele­visione pubblica slo­vena sono stati accu­sati di “connivenza” con il popolo degli “arrab­biati” che anche oggi prote­sta nelle piazze e lungo le vie delle principali città del Pae­se in quella che viene defi­nita la “Rivoluzione dei fiori“ .

È una settimana calda per la Slovenia pronta per le cele­brazioni dell’indipendenza, sancita dal referendum del 23 dicembre 1990, ma secon­do molti osservatori a ri­schio default. L’intera nazio­ne è attraversata da manife­stazioni senza alcun colore politico, se non quello dei garofani che vengono distri­buiti anche alle forze dell’or­dine. Una rabbia popolare tale per cui lo stesso Martin Schultz, presidente dell’Europarlamento, ha dichiarato di “giudicare molto grave la mancanza di fiducia degli sloveni nelle istituzioni”. Tra i deputati europei sta circo­lando la similitudine tra la Rivoluzione dei fiori slovena e quella arancione in Ucrai­na. In realtà gli arrabbiati sloveni si ispirano più al mo­dello islandese dove ai primi segnali della crisi economica è stata creata Un’Assemblea popolare per riscrivere la Costituzione; così i giovani di Lubiana che si organizza­no su Facebook, si mobili­tano contro istituzioni e go­verno alla vigilia del suo in­sediamento previsto per do­mani dopo le elezioni dell’11 novembre scorso.

IL FUTURO È INCERTO: da Svizzera dei Balcani a paese della lista nera dell’Unione europea che pare destinata a doversi accollare un nuovo fardello visto che la Sloveniadeve assolutamente ottenere nuovi crediti considerando che lo Stato e le banche do­vranno rimborsare qualcosa come 5,5 miliardi di euro. I Btp hanno superato quota 7%, per la sanità si parla di una voragine di 48 milioni di euro e la nuova legge di bi­lancio approvata prevede il licenziamento dei dirigenti pubblici che a fine anno pre­senteranno un bilancio in rosso delle realtà che gesti­scono come asili, case di ri­poso, scuole e ospedali. Di questi giorni poi la decisione della Corte Costituzionale di bocciare il referendum per alcuni capitoli della stessa legge di bilancio. “Una de­cisione che certo aggrava la situazione sociale” assicura Franco Yuri giornalista ed ex deputato sloveno. Gli arrab­biati scendono in piazza in modo del tutto autonomo “a volte scoordinato nel loro spirito anti-casta che in qualche caso pero può essere an­che facilmente manipolato” ammette Yuri parlando di infiltrati che poco hanno a che fare con i manifestanti che lo scorso 7 dicembre, nella splendida Lubiana, hanno radunato circa 10 mi­la persone. Per molti poi il Governo starebbe minimiz­zando la portata del males­sere popolare mettendo il ba­vaglio ai giornalisti, in par­ticolare di Rtv Slovenija, ac­cusati dì aver “fomentato” la protesta. In un comunicato gli stessi cronisti hanno ri­vendicato il loro ruolo “non di difesa del governo in ca­rica e neppure dei manife­stanti, bensì di informazione nel raccontare tutti gli avve­nimenti che sono significa­tivi e interessanti per l’opi­nione pubblica”. L’Eldorado degli imprenditori che dal nord-est hanno spostato le loro produzioni, non gode di buona salute.

798 – Il Piccolo 20/12/12 Il veto sloveno a Zagabria fa tremare l’Ue

Il veto sloveno a Zagabria fa tremare l’Ue

La Croazia ha sottovalutato la minaccia di Lubiana di non ratificare il Trattato di adesione a causa del nodo Ljubljanska Banka

di Mauro Manzin

TRIESTE Mancano poco più di sei mesi alla data prevista per l’ingresso della Croazia all’Unione europea. Eppure ancora nulla è certo, sicuro. La ratifica del Trattato di adesione di Zagabria, infatti, procede a rilento. La Germania continua a ripetere che la Croazia non rispetta ancora tutti i parametri indispensabili per sedere al tavolo d’Europa, mentre la Gran Bretagna fa orecchie di mercante. Insomma i Ventisette non vogliono ripetere l’errore commesso nel 2007 con quella che, a posteriori, viene definita una scelta affrettata di voler includere nel club europeo Romania e Bulgaria. E poi c’è la Slovenia che ha già parlato chiaro, anzi, chiarissimo: o si risolve il contenzioso relativo alla Ljubljanska Banka oppure il Parlamento di Lubiana non ratificherà il Trattato di adesione. E che la “minaccia” slovena non sia solo una boutade per alzare il prezzo nel nodo Ljubljanska Banka lo confermano anche fonti diplomatiche di Bruxelles le quali affermano senza mezzi termini che la Croazia «ha sottovalutato la Slovenia».

E anche il commissario europeo all’Allargamento, Štefan Füle ha espresso tutta la sua perplessità del modo in cui Zagabria sta conducendo la “vexata questio”. Secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano Ve›ernji List nel corso della sua recente visita in Croazia proprio Füle avrebbe detto ai suoi interlocutori ex jugoslavi che «è del tutto chiaro che la Slovenia sta sfruttando la situazione e sta cercando di far pagare alla Croazia l’ingresso nell’Unione europea, il prezzo stabilito da Lubiana altro non è se non il debito della Ljubljanska Banka». La maggior parte dei diplomatici europei è altresì convinta che della questione dovrebbero occuparsi in prima persona i due premier, come è stato fatto nel recente passato sul tema dei confini nel golfo di Pirano e che hanno portato all’arbitrato internazionale, anche perché la coppia di esperti nominata dai due Paesi e che si confrontano su un piano prettamente tecnico non hanno alcun mandato per risolvere concretamente il problema.

Un eventuale posticipo dell’ingresso nell’Unione europea sarebbe per la Croazia una vera e propria catastrofe. Come conferma Vladimir Gligorov, docente all’Istituto di studi economici internazionali di Vienna. Le conseguenze principali sarebbero la diminuzione del rating del debito a lungo termine, la pesante diminuzione di fiducia degli investitori esteri nonché la perdita dei fondi strutturali europei. E la Slovenia? Per lei dal veto alla Croazia nessun danno “materiale”, solo una perdita di reputazione diplomatica. L’analista politica dell’istituto indipendente European Policy Center di Bruxelles, Rosa Balfur, ha riferito che la pressione nei confronti della Slovenia aumenterà se la stessa sarà l’ultimo Stato europeo chiamato a ratificare il Trattato di adesione della Croazia all’Ue. «Mi chiedo – ha dichiarato la Balfur – se Lubiana non stia temporeggiando affinché i deputati sloveni non sentano sul collo la pressione delle altre diplomazie europee e decidano così di ratificare il Trattato». L’analista di Bruxelles si dice però ottimista sul fatto che la Croazia diventerà proprio il prossimo 1 luglio la ventottesima stella d’Europa anche se i problemi bilaterali vanno affrontati e risolti concretamente. Sta di fatto che il nodo Ljubljanska Banka non fa un passo in avanti e che Lubiana ha appena rigettato la proposta croata di spalmare i debiti di Zagabria su 30 anni. L’orologio della storia potrerbbe fermarsi proprio al 1 luglio 2013.

799 – Panorama Edit 30/11/12 Valle d’Istria: Castel Bembo è il frutto di vent’anni di lavoro tenace e caparbio

Dopo la lunga e accurata opera di restauro, torna a risplendere uno dei principali gioielli architettonici di tutta l’Istria

Castel Bembo è il frutto di vent’anni di lavoro tenace e caparbio

a cura di Ardea Velikonja

Dopo 14 anni di complessi la­vori di restauro è tornato in tutto il suo splendore Castel Bembo, l’edificio di Valle che ora è la sede della Comunità degli Italiani ma anche l’orgoglio di tutta la CNI. Alla solenne cerimonia erano presenti nu­merose personalità tra cui il sottose­gretario agli Esteri della Repubblica Italiana, Staffan de Mistura, l’amba­sciatrice italiana a Zagabria, Ema­nuela D’Alessandro, il console ge­nerale a Fiume, Renato Cianfarani, il presidente della Regione Istriana, Ivan Jakovcic, il presidente dell’Uni­versità popolare di Trieste, Silvio Delbello, il presidente dell’Unione Italiana e deputato al Sabor, Furio Radin, il presidente della GE, Mau­rizio Tremul, il sindaco di Valle, Edi Pastrovicchio, nonché la “padrona di casa” Rosanna Bernè. La piazza an­tistante il palazzo, un tempo di pro­prietà della famiglia Soardo Bembo, era troppo piccola per contenere tutti coloro che volevano assistere a que­sta cerimonia attesa per tanti anni dai vallesi. Nell’atrio del palazzo è stata scoperta una targa commemorativa in cui si ricorda l’investimento del Go­verno italiano, per tramite dell’UPT e dell’UI, con cui è stato acquistato e restaurato il palazzo. I discorsi di cir­costanza si sono svolti invece nella sala centrale del palazzo dove si tro­vano numerosi affreschi e decora­zioni che sono stati minuziosamen­te restaurati.

A dare il benvenuto a tutti è sta­ta la presidente della CI, Rosanna Bernè, che ha definito Castel Bem­bo come “un vero gioiello nato dal lavoro e dall’impegno di numerose persone che per 20 anni non han­no mai smesso di sognare”. Nel rin­graziare tutti i presenti per l’apporto dato la presidente ha detto che: “Si sa che il vallese è tenace e caparbio e anche con scarsi mezzi alla fine ar­riva al traguardo”. Infine ha voluto ricordare tutti i presidenti della CI che hanno contribuito a questo tra­guardo e che riceveranno uno spazio adeguato nella monografia che verrà pubblicata tra breve.

L’onorevole Furio Radin ha sot­tolineato che “l’Unione Italiana è molto orgogliosa di questa opera di restauro e che la CI di Valle può fi­nalmente usufruire di una struttura che le è sempre idealmente appar­tenuta e rappresenta l’identità laica di Valle, come San Giuliano rappre­senta quella religiosa. Questa vallese è una comunità molto attiva e anche intelligente e paziente, che ha sapu­to aspettare e agire quando era ne­cessario per avere una sede così pre­stigiosa”. Il deputato quindi ha col­to l’occasione per ringraziare il mi­nistro Terzi e il MAE per il supporto dato alla CNI.

Ivan Jakovcic invece nel salutare i presenti ha detto che “grazie all’ot­tima collaborazione con l’onorevo­le Radin e la CNI, l’Istria è diven­tata una regione europea che ha lot­tato per il bilinguismo ed i rapporti con l’Italia sono fondamentali per il futuro comune”. Il presidente della Regione ha evidenziato pure quan­to siano importanti per l’Istria gli in­vestimenti fatti finora dal Governo italiano: “questa cooperazione potrà dare ancora maggiori frutti in futuro quando la Croazia entrerà finalmen­te in Europa. La Regione ha dato il suo pieno appoggio per candida­re dei progetti comuni che possono evidenziare le grandi potenzialità di Castel Bembo”.

Il presidente dell’Università Po­polare di Trieste, Silvio Delbello, ha fatto un breve resoconto sulle dina­miche dell’investimento ricordan­do che “grazie alla lungimiranza dei dirigenti dell’UI e al contributo de­cisivo dello Stato Italiano nel 1998 il castello venne acquistato quando era già sede della CI di Valle. Con un investimento di circa due milioni di euro all’Istria è stato ridato l’uso di uno dei suoi principali monumenti”.

La cerimonia si è conclusa con il discorso del sottosegretario agli Esteri italiano, Staffan de Mistu­ra, che ha evidenziato subito come “l’investimento di Castel Bembo

sia un segno di volontà e continuità che il Governo italiano vuole dare ai connazionali di questa regione. Vive lo spirito di Pola, di quell’in­contro magico tra presidenti che hanno voluto esprimere un concetto fondamentale: che bisogna lasciare il passato e affrontare assieme il fu­turo europeo nel rispetto e nella di- ginità delle rispettive minoranze”. •

800 – La Voce del Popolo 20/12/12 Cultura – Convegno per ricordare un’epoca, 600 anni fa Buie firmò il suo atto di dedizione alla Serenissima

Cultura

Convegno per ricordare un’epoca

Una tavola rotonda che è diventata – lo possiamo dire – un vero e proprio convegno, quella di martedì pomeriggio alla Comunità degli Italiani di Buie. Nata all’interno delle celebrazioni del 65.esimo anniversario della CI, si è voluto ricordare che esattamente 600 anni fa Buie firmò il suo atto di dedizione alla Serenissima. “È il risultato di una serie di chiacchierate, dove tutti assieme abbiamo convenuto che bisognava fare qualcosa per ricordare questo 1412”. Si è espresso così il prof. Gaetano Benčić, organizzatore dell’evento, definendo il dialetto istroveneto la traccia più evidente e più bella che sia rimasta ancor oggi di quell’epoca. In questo senso ci si è collegati alla Comunità Italiana, che è proprio la portatrice di questo dialetto, e in particolare quella di Buie. Da lì nasce la correlazione tra il 65.esimo della CI e quest’altro importante anniversario. Tra i relatori Rino Cigui, Lorella Limoncin Toth, Lucia Moratto Ugussi, Marino Dussich, Denis Visintin, Gaetano Benčić e Kristjan Knez.

Contesto politico, storico e culturale

Quest’ultimo, presidente della Società di Studi storico-geografici di Pirano, ha parlato del contesto politico, storico e culturale dell’Istria nel periodo precedente il 1412. “I motivi e il percorso che portarono Buie a far atto di dedizione a Venezia non sono stati casualità, bensì tutta una serie di concause, fatte di guerre e di popoli circostanti”. Knez ha pure lanciato un appello, quello di pubblicare questi appunti in un volume, non appena i mezzi finanziari lo avrebbero consentito. Appello che sembra sia stato accolto a braccia aperte.

Specificatamente di Buie ha parlato il prof. Gaetano Benčić, con una panoramica dell’urbanistica e delle sue modifiche nel corso del tempo, il passaggio dalle ville rustiche circostanti all’attuale centro cittadino, fino alle fortificazioni, le torri, le chiese, le piazze e le logge, ben due individuate in due diversi periodi.

Siti urbani collocati dal punto di vista artistico anche da Lorella Limoncin Toth, storica dell’arte, che ha fatto una carrellata di opere costituenti il patrimonio artistico culturale. Pare che nel ‘600 ci fossero addirittura 49 tra chiese e cappelle sull’allora territorio di Buie. Opere visibili ancora oggi, invece, sono quadri, sculture e bassorilievi già evidenziati in “Buie e il suo territorio”, libro scritto con Claudio Ugussi e Lucia Moratto Ugussi.

La prof.ssa Lucia Moratto Ugussi, nel suo intervento, ha presentato un lungo e accurato studio sull’onomastica, la formazione dei cognomi, alcuni presenti ancora oggi, dopo sei secoli. Cognomi la cui composizione deriva dal nome del padre, oppure provengono dalla professione, dall’origine della località. Tra le fonti consultate, il libro dei battesimi del 1539 e il registro dei boschi dell’Istria del 1541, attualmente conservato presso l’archivio di Zara. Da notare che cognomi come Barbo, Bonetti, Bortolin, Papo e Vidal sono presenti ancora oggi.

Testimonianze scritte, tra statuti e documenti vari

Denis Visintin, impossibilitato a presenziare, ha comunque inviato una sua memoria recante tutta una serie di dati sulle campagne della Buie veneziana, evidenziando la struttura comunitaria e l’organizzazione produttiva.

Sempre di organizzazione, questa volta però sanitaria, ha parlato il prof. Rino Cigui: “Venezia introduce ordinamenti igienico-sanitari. Le epidemie sono elemento destabilizzante e problemi di salute pubblica. Vennero introdotte le fedi di sanità: ci si doveva munire di questo documento per poter mettersi in viaggio – spiega il prof. Cigui –, a conferma del proprio stato sanitario”.

Citati gli statuti istriani, che assolvevano a due particolarità: quello classico, giuridico, ma erano anche dei vademecum per il rimedio igienico sanitario. A Buie c’erano problemi di salute pubblica e di ecologia urbana e una serie di norme regolavano il tutto. Il concetto di ospedale non c’era, in quanto introdotto in seguito dai francesi. Si hanno però testimonianze di medici, chirurghi, speziali e ostetriche.

Marino Dussich ha parlato in istroveneto e dell’istroveneto, con particolare riferimento al suo “Dizionario della parlata di Buie d’Istria” e a “Momiàn Ciàcola – Raccolta illustrata della parlata di Momiano d’Istria”, di recente pubblicazione.

Daniele Kovačić

801 – La Voce del Popolo 18/12/12 Cultura – Gianni Grohovaz da Fiume al Canada 

Gianni Grohovaz da Fiume al Canada

Il poeta e giornalista è stato ricordato dal professor Konrad Eisenbichler alla Facoltà di Lettere e Filosofia

Il Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia ha avuto ieri come ospite il professor Konrad Eisenbichler, docente dell’Università di Toronto, incaricato presso il programma di studi rinascimentali – con incarichi anche presso il Dipartimento di Italianistica, il Centro di studi medievali, il Centro di studi sul teatro, il Centro di studi sulla religione e l’Istituto per gli studi sulle donne e sul genere – che ha tenuto due lezioni con temi: “Gianni Angelo Grohovaz: il poeta fiumano-canadese e l’identità” e “I vari volti di una donna rinascimentale: la poetessa Laudomia Forteguerri tra politica e passione”.

Il primo è certamente quello che ci interessa da vicino, dato che si tratta di un fiumano d’oltreoceano, Gianni Angelo Grohovaz, un esule per eccellenza. Nacque a Fiume il 27 luglio 1926, esule in Italia nell’immediato dopoguerra, nel novembre 1950 immigrò in Canada, dove lavorò in un primo tempo nel Nord dell’Ontario; poi, stabilitosi a Toronto, per il resto della sua vita fece carriera nel giornalismo e alla Radio degli italiani in Canada.

Fu un infaticabile sostenitore della Comunità italiana in Canada. Al suo “attivo” una miriade di mestieri: in Italia ha fatto il soldato, il giornalista, il magazziniere, mentre in Canada il boscaiolo, il ferroviere, l’amministratore, il direttore d’azienda, l’archivista, il giornalista, il poeta, lo scrittore, il lava-piatti, il lava-automobili, l’assistente sociale. Non per niente Grohovaz ricorda spesso la frase di suo padre: “Fa l’arte e mettila da parte”.

Di padre di origine austriaca e di madre italiana, vissero inizialmente a Fiume, dove nacque lo stesso Grohovaz. Il multiculturalismo, dunque, di Grohovaz non è una scelta ma una maniera di vivere, è un dato di fatto personale ereditato dalla città natale. Ed è per l’attaccamento emotivo che lo ha sempre legato alla sua terra d’origine che scrive le sue poesie in dialetto.

Tra le sue opere il prof. Eisenbichler ricorda la raccolta “Per ricordar le cose che ricordo. Poesie in dialeto Fiuman”, il romanzo semi-autobiografico pubblicato postumo “Strada bianca”, una collezione di discorsi radio “…e con rispetto parlando è al microfono Gianni Grohovaz”.

Le poesie più interessanti sono sicuramente “Amor de bestie, odio de cristiani”, che rappresenta un’allegoria della vecchia Fiume dove si viveva in pace. Ne sono protagonisti tre animali che vanno d’accordo: un cane, una gatta e un canarino. Un’altra silloge singolare è “Ma.. se lo dixe anca la Bibia…”, che è un elogio del capoluogo quarnerino che fa da baluardo tra due mondi diversi. La poesia tocca poi i fatti storici del ‘43.

Il professor Konrad Eisenbichler ricorda che Grohovaz ha sempre scritto della somiglianza tra Fiume e il Canada, come ad esempio in “Chi mai gavessi detto? Fiume e Canada”, dove nel Paese nord-americano riconosce la sua vecchia Fiume.

Il suo essere italiano non è stata una scelta facile. Rileva, infatti, che per lui l’Italia è stata una matrigna; nel ‘76 scrisse una poesia non “rifinita” in cui denota il sentimento di tradimento che sente verso l’Italia: “Io ti ripago, Italia senza core”, in cui allude alla crisi d’identità.

Spesso, però, Grohovaz vive di rimorsi e ricordi, che erano per lui una specie di autoidentificazione. Morì in Canada, nel 1988.

Gianni Angelo Grohovaz viene ricordato con grande rispetto e affetto dalla Comunità italiana a Toronto e dalla Comunità giuliano-dalmata in Canada. (cb)

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia – ANVGD di Gorizia

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