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Source:  http://ec.europa.eu/italia/attualita/primo_piano/crescita_occupazione/occupazione_svilupposociale_it.htm

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Occupazione e sviluppi sociali: il rapporto annuale evidenzia le minacce della povertà lavorativa in Europa
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21/01/2014


Il sensibile aumento della povertà tra la popolazione in età lavorativa è una delle conseguenze sociali più tangibili della crisi economica. Una tra le problematiche emerse all'interno del rapporto 2013 su occupazione e sviluppi sociali in Europa.

    Occupazione e sviluppi sociali: il rapporto annuale evidenzia le minacce della povertà lavorativa in Europa


    Una delle conseguenze sociali più importanti della crisi economica è identificabile nel sensibile aumento della povertà tra la popolazione in età lavorativa. Se si dovesse confermare la polarizzazione delle retribuzioni, dovuta in particolare all'aumento del lavoro a tempo parziale, una riduzione graduale dei livelli di disoccupazione potrebbe non essere sufficiente ad invertire la tendenza. È questa una delle principali conclusioni del rapporto 2013 su occupazione e sviluppi sociali in Europa, che esamina anche l'impatto positivo delle prestazioni sociali sulla probabilità di ritorno al lavoro, le conseguenze dei persistenti squilibri di genere e la dimensione sociale dell'Unione economica e monetaria (UEM).

    Il rapporto dimostra che l'accettazione di un posto di lavoro può aiutare a uscire dalla povertà, ma solo nella metà dei casi: molto dipende dal tipo di lavoro trovato e dalla composizione del nucleo familiare e dalla situazione del partner sul mercato del lavoro.

    "Per una ripresa duratura, che non si limiti soltanto a ridurre la disoccupazione ma faccia anche diminuire la povertà, dobbiamo preoccuparci non solo della creazione di posti di lavoro, ma anche della loro qualità", ha dichiarato László Andor, Commissario per l'Occupazione, gli affari sociali e l'integrazione.

    Il rapporto presenta anche alcuni dati interessanti sulla situazione dell'Italia, dove la percentuale della popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è passata dal 25,9% del 2006 al 29,9% del 2012. Prendendo in considerazione la sola popolazione femminile, la percentuale sale al 31,7%. 

    Nel nostro paese l'11,1% della popolazione attiva risulta essere a rischio povertà pur essendo occupata. Passa inoltre dal 6,3% (2006) al 14,9% (2012) la percentuale di popolazione che si trova in situazioni di grave disagio e di difficoltà personali o familiari, così come risulta in aumento il numero di persone che non studiano e non lavorano (NEET – Not in Education, Employment, or Training), giunto nel 2012 al 21,1%.

    Impatto positivo delle prestazioni sociali e delle indennità di disoccupazione

    L'analisi condotta nel rapporto dimostra che, contrariamente a quanto comunemente ritenuto, i beneficiari di prestazioni di disoccupazione hanno maggiori probabilità di trovare lavoro rispetto a coloro che non ne percepiscono (a parità delle altre condizioni). Ciò vale in particolare nel caso in cui i sistemi di prestazioni siano ben congegnati (prevedano, ad esempio, prestazioni decrescenti nel tempo) e siano integrati da opportune condizioni, come l'obbligo di cercare un lavoro. Questi sistemi tendono a favorire una migliore rispondenza tra le professionalità richieste e le competenze e quindi l'occupazione di posti di lavoro di maggiore qualità, aspetto che contribuisce a sua volta all'uscita dalla povertà.

    Il rapporto sottolinea inoltre che in alcuni paesi (ad esempio Polonia e Bulgaria) una percentuale significativa dei disoccupati non dispone delle comuni reti di sicurezza (prestazioni di disoccupazione, assistenza sociale) e tende a fare affidamento sulla solidarietà familiare o su un'occupazione informale. I disoccupati che non percepiscono prestazioni di disoccupazione hanno minori probabilità di trovare un lavoro in quanto è meno probabile che beneficino di misure di attivazione e non hanno l'obbligo di cercare un lavoro per beneficiare delle prestazioni. 

    Persistono le differenze di genere

    Anche se la crisi ha determinato una riduzione di alcune differenze di genere di cui sono state tradizionalmente vittime le donne (riduzione dovuta principalmente al fatto che sono i settori con occupazione a prevalenza maschile a essere stati colpiti maggiormente dalla crisi), persistono differenze di genere per quanto riguarda la partecipazione al mercato del lavoro, le retribuzioni e il rischio di povertà. Inoltre le donne tendono ancora a lavorare complessivamente meno ore degli uomini e questo, per quanto possa rispecchiare preferenze individuali, determina comunque minori possibilità di carriera, retribuzioni più basse e in prospettiva pensioni più modeste, oltre a un sottoutilizzo del capitale umano e di conseguenza una crescita economica e una prosperità minori. Le differenze di genere possono quindi dar luogo a costi economici e sociali e andrebbero contrastate efficacemente ogniqualvolta derivino da barriere o vincoli istituzionali o sociali.

    Quanto alla differenza di genere in termini di ore lavorate, tra gli Stati membri si possono chiaramente individuare alcuni modelli: in alcuni casi una percentuale elevata di donne lavora, ma con orari di lavoro relativamente più brevi (ad esempio nei Paesi Bassi, in Germania, in Austria e nel Regno Unito), mentre in altri la partecipazione femminile è più bassa ma le donne, una volta occupate, tendono a lavorare con un orario di lavoro relativamente più lungo (in molti paesi dell'Europa centrale e orientale, in Spagna e in Irlanda). Solo alcuni Stati membri (soprattutto i paesi nordici e i paesi baltici) riescono a coniugare tassi di occupazione femminile elevati e una differenza di genere modesta in termini di ore lavorate. A quanto pare, un efficace mix di politiche comprende: la parità di orario di lavoro tra uomini e donne, lavoro flessibile ampiamente disponibile, incentivi alla divisione del lavoro non retribuito all'interno della coppia e servizi all'infanzia favorevoli all'occupazione e accessibili, anche in termini di costi, con orari prolungati di asili e asili nido.

    Dimensione sociale dell'Unione economica e monetaria

    I divari macroeconomici, sociali e occupazionali tuttora crescenti minacciano gli obiettivi fondamentali dell'Unione sanciti dai trattati, ossia vantaggi generalizzati attraverso la promozione della convergenza economica e miglioramento della vita dei cittadini negli Stati membri. Il rapporto 2013 dimostra come le basi dei divari attuali siano state poste nel corso dei primi anni di introduzione dell'euro, giacché in alcuni Stati membri una crescita squilibrata, fondata sull'aumento del debito alimentato da bassi tassi di interesse e su massicci afflussi di capitale, è stata spesso associata a un andamento deludente della produttività e della competitività.

    Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla "svalutazione interna" (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale e la sua efficacia dipende da molti fattori come il grado di apertura dell'economia, la vivacità della domanda esterna e l'esistenza di politiche e di investimenti che promuovano la competitività non di prezzo.

    Nell'ottobre del 2012 la Commissione ha proposto un rafforzamento della sorveglianza degli sviluppi sociali e occupazionali con la comunicazione "Potenziare la dimensione sociale dell'unione economica e monetaria".  A lungo termine e a seguito delle modifiche introdotte dal trattato, è ipotizzabile una capacità di bilancio dell'UEM: la sua funzione di assorbimento degli shock potrebbe integrare gli attuali strumenti di coordinamento delle politiche.

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    Ultimo aggiornamento: 22/01/2014  |Inizio pagina